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Programma Caritas

 

 

XIII - Assemblea Caritas diocesana a Morbegno il 17 marzo 2018
“Testimoni e annunciatori della misericordia di Dio: vedrai che bello!”

 

La tredicesima Assemblea Caritas diocesana, che ha per titolo “Testimoni e annunciatori della misericordia di Dio: vedrai che bello!”, quest’anno è organizzata a Morbegno il 17 marzo, dalle 9 alle 16.30, e teatro dell’incontro è la chiesa San Giuseppe - sala Ipogea (ingresso via Edoardo Danieli).

È un momento di particolare importanza, perché è l’occasione per fare il punto sul cammino fatto finora dalla Caritas in Diocesi e definire, in prospettiva, come orientare pensiero e azione per una rinnovata animazione della carità sull’intero territorio diocesano. 

Questo appuntamento, inoltre, assume una particolare rilevanza anche perché si svolge dopo esattamente tre anni dall’ultima Assemblea Caritas - che si è tenuta a Nuova Olonio il 14 febbraio 2015 - e per l’importante presenza del vescovo Oscar, al suo primo appuntamento assembleare da quando è Pastore della Chiesa comense.

 

Il programma

Il programma dell’intera giornata - che vede coinvolti delegati, operatori e volontari provenienti da tutte le comunità della Diocesi - è ricco e particolarmente interessante.

I lavori iniziano alle 9 con l’accoglienza e la registrazione degli iscritti.
Dalle 9.30 alle 10 sono previsti la preghiera e il saluto del direttore della Caritas diocesana, Roberto Bernasconi.
Alle 10 è in programma l’intervento dal titolo “La Parola di Dio” della teologa e pastora protestante varesina, Lidia Maggi.
Dalle 11.15 alle 12.15, lavoro di gruppo.
Dalle 12.20 alle 12.50 l’atteso intervento del vescovo, mons. Oscar Cantoni.
Alle 13 fino alle 14.30 è il momento di pausa con il pranzo.

Alle 14.30 riprendono i lavori con l’ascolto della testimonianza di don Paolo Steffano, della parrocchia di Sant’Arialdo di Baranzate in provincia di Milano.

Alle 15.15 è previsto l’intervento di Luigi Nalesso, responsabile della formazione e della comunicazione della Caritas diocesana, dal titolo “Il cammino della Caritas diocesana: storia e prospettive di lavoro pastorale”. Infine, alle 16, la preghiera finale e i saluti.

 

Il lavoro di gruppo

Il lavoro di gruppo, fissato dalle 11.15, dura circa un’ora ed è importante perché è un momento di riflessione e di confronto per chi vi partecipa (operatori e volontari), in vista del lavoro e dell’impegno dei prossimi mesi. Sono previste alcune domande che permettono di approfondire i temi all’“ordine del giorno”.

Si parte inizialmente da una considerazione: “La Caritas Italiana è l’organismo pastorale costituito dalla Conferenza Episcopale Italiana al fine di promuovere, anche in collaborazione con altri organismi, la testimonianza della carità della comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica”.

Le successive domande che aprono i lavori sono sette.

La prima: “Testimoniare e annunciare è interpellare: come scegliamo di interpellare le nostre comunità? I nostri vicini? Il nostro prossimo?”. 


La seconda: “Proviamo ad elaborare percorsi concreti da attuare come cammino comunitario”. 


La terza: “Cosa cerco, cosa mi aspetto, nel mio servizio in Caritas o nella mia comunità, in merito all’ascolto e all’attenzione alle povertà?”.

La quarta:Cosa considero prioritario e quale importanza gli do? (efficienza rispetto a una domanda, quantità rispetto alla risposta ai bisogni, ecc.)”.

La quinta: Si potrebbe cercare una maggiore collaborazione? Se sì, con chi?”.

La sesta: “
I poveri “maestri di vita”:
cosa ne faccio dell’ascolto dei poveri? Quale posto trova l’ascolto dei poveri nella mia vita lavorativa, sociale e familiare? Cosa mi provoca? (ad esempio, cambiamenti nel mio stile di vita)”.

La settima: “Come possiamo riaccendere tra noi il coraggio di annunciare la bellezza del dono ricevuto (bellezza dell’essere cristiani al servizio dei poveri), e rilanciarci a esprimerlo con entusiasmo, semplicità e concretezza? Quali novità possiamo portare in tal senso?”.

 

Le iscrizioni

Le iscrizioni devono pervenire in Caritas entro e non oltre il 14 marzo 2018.

Per informazioni e per iscriversi e partecipare all’Assemblea di Morbegno è possibile telefonare alla Caritas diocesana, tel. 031.267421 (centralino); tel. 031.267421-1-334 (diretto); o inviare una mail a info@caritascomo.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Parrocchia in carità

LO SPIRITO DELLA EVANGELII GAUDIUM

 

«Cosa dice un testo come l’Evangelii gaudium (EG) a degli operatori Caritas? Quali pro-vocazioni possono aiutarci a rileggere il nostro tempo per ripensare lo stile con cui vivere la carità? Il punto di partenza (EG 33): ovvero la sfida dell’abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è sempre fatto così” e per questo il Papa chiede di ripensare obiettivi, strutture, stili e metodi evangelizzatori delle nostre comunità. Quali fini e quali mezzi?...

Il primo spunto è necessariamente la gioia. Evangelii gaudium, la gioia del vangelo. Una gioia da contrapporre a quella che Papa Francesco chiama “tristezza individualista” (EG 2). Come non lasciarci provocare da questi passaggi: “Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua” (EG 6). Così come si dice: “Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale” (EG 10). Il cristiano, pur nelle fatiche del vivere ha una consapevolezza: la mia vita è nelle mani del Signore e lui solo io cerco. La gioia del cristiano sta nell’avere un cuore unificato in Gesù e la consapevolezza che in null’altro vada ricercato il senso dei giorni. Se ci manca questa gioia, dobbiamo cercarla con verità perché determina il nostro stile di vivere l’impegno in Caritas. Siamo una Caritas che trasmette la gioia del vangelo?

Il secondo spunto è l’esigenza di ascoltare il grido dei poveri (EG 187). Parlando con gli operatori della Caritas di Milano comprendo che apparentemente le richieste delle persone che si rivolgono a nostri centri sembrano sempre le stesse, ma in realtà qualcosa è cambiato: sono cambiate le cause e i percorsi che portano le persone sulla soglia della povertà (famiglie normali messe alle strette da un evento imprevisto: perdita del lavoro, malattia, debiti che non riescono a estinguere, spese straordinarie, separazioni coniugali, nascita di un figlio…); risulta sempre più evidente che la povertà è un processo multidimensionale che coinvolge progressivamente tutti gli aspetti della vita di una persona... Di fronte a questa complessità alcuni rischi sono incombenti e su questi bisogna vigilare: rifugiarci nelle nostre competenze, nel nostro modo di lavorare: abbiamo sempre fatto così…; utilizzare strumenti inadeguati; ripiegarsi sul “fare” nel tentativo di accorciare la distanza fra ciò che le persone chiedono e quello che si vorrebbe offrire loro; mettere in discussione il valore dell’ascolto e della relazione.

Il terzo spunto è: cosa vediamo nel volto del povero? Su quali bisogni ci concentriamo? Qui mi riferisco a tre puntualizzazioni di Papa Francesco: in primo luogo ci ricorda che l’opzione per i poveri è una categoria teologica (EG 198), in secondo luogo ci chiede di lasciarci evangelizzare dai poveri (EG 198) e, infine,
ci spiazza affermando che «la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale» (EG 200).

Il quarto spunto è la questione di cosa significhi vivere la solidarietà. Come risignificare la solidarietà? Guardate come nella EG si parla di solidarietà. Si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde (EG 189)... Cogliere che la solidarietà è qualcosa che ti accade mentre stai facendo altro è il primo tratto da assumere nella nostra vita, coscienti che questo stile non s’improvvisa. Nella parabola evangelica, il Samaritano si ferma perché la sua coscienza si è formata attorno ad alcuni valori e tra questi certamente la cura per il bisognoso. L’atteggiamento del Samaritano non è affatto scontato e apre a noi un interrogativo: come formare persone capaci di “fermarsi” e dare tempo di fronte al grido del povero?... Essere solidali, a mio modo di vedere, è farsi prossimo all’altro, senza sostituirsi a lui. È farsi compagni di viaggio, senza deresponsabilizzare le persone. Non è solidale chi dice: te lo trovo io il lavoro! Solidale è chi dà strumenti di ricerca attiva, chi non lascia solo l’altro, ma gli mostra vicinanza».

 

Don Walter Magnoni si è poi soffermato  su alcuni principi-guida per operare bene in ogni realtà sociale.

«Il tempo è superiore allo spazio. Ciò significa - ha sottolineato -  che non è lo spazio Caritas il solo che si occupa dei poveri. Sarebbe un errore delegare la carità a degli specialisti e a degli spazi. So che è faticoso, ma è necessario dare tempo per formare coscienze attente a cogliere la dimensione della carità quale elemento decisivo della fede. Già nella catechesi va mostrato il nesso fede-vita e questo dovrebbe divenire stile di vita per cui la carità è tratto insopprimibile dell’esperienza cristiana.

L’unità prevale sui conflitti. Forse questo è il passaggio che sento maggiormente di tutto il testo. Vale anche per la Caritas. Significa imparare a sostenere i conflitti. Senza conflitti non si cresce. Noi oggi siamo eccessivamente conflittuali laddove non dovremmo esserlo (in Parlamento) e lo siamo troppo poco dove sarebbe fondamentale esserlo (nell'educazione dei figli).

La realtà è più importante dell’idea. Serve un dialogo virtuoso tra idee e realtà. Per capire queste parole dobbiamo pensare al mistero dell’incarnazione della Parola. La Parola si è incarnata. Dio non è un’idea ma ha assunto carne. È il passare dalla carta alla vita. Significa dare forma pratica al pensiero. Pensare è agire, ma nella vita si deve mostrare a cosa porta un tale pensiero.

Il tutto è superiore alla parte. Credo sia la tensione tra locale e globale, uno sguardo ampio, con capacità di stare nel proprio territorio. Si veda EG 235. Si lavora nel piccolo, ma con una prospettiva più grande. Può essere di aiuto l’esempio dell'impegno dei catechisti e degli allenatori di calcio».

Infine, sono stati tratteggiati alcuni strumenti e alcune piste di lavoro per i prossimi mesi.

«Una intensa vita spirituale. Non dobbiamo mai dimenticare ciò che motiva il nostro agire, ciò che sta alla base, a fondamento (EG 262). Una profonda comunione con la Chiesa locale. La comunione con la comunità ci aiuta a rispettare il mandato che ci è stato affidato, evitando il rischio della delega o dell’autoreferenzialità. Una conoscenza dei bisogni reali. Ciò consente di rimanere attenti al territorio e alle sue trasformazioni, capaci di leggere i bisogni locali in relazione al contesto sociale più ampio. Una buona competenza. Siamo volontari ma professionali, attenti a non farsi dominare dallo spontaneismo o dal sentimentalismo. La dignità delle persone che incontriamo va sempre salvaguardata. La nostra preoccupazione deve essere quella di tenere insieme le competenze tecniche (il saper fare) con le competenze del cuore (il saper essere), il linguaggio del dono (carità) con quello del diritto (giustizia). Un forte spirito di collaborazione. Non meno importante è con chi operiamo. L’ottica collaborativa aiuta a trovare l’equilibrio fra la presunzione di poter o dover risolvere tutti i problemi e la frustrazione di non riuscire a risolvere tutto». 

 

 

 

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