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Programma Caritas

Programmi pregressi

 

 

QUALE CARITAS NEI PROSSIMI ANNI?

Questo è un momento importante per la nostra Caritas Diocesana.

Siamo di fronte a diverse scelte che è necessario prendere, a fronte di un quadro diocesano che sta cambiando. Questo contributo nasce dal lavoro che alcuni operatori Caritas hanno svolto per proporre al Consiglio diversi temi di riflessione e per fare in modo che si possano indicare le priorità per i prossimi anni alla luce di un Contesto Diocesano che sta più o meno velocemente cambiando.

  1. La fondazione della Caritas in questi anni si è sempre più ingrandita, sia per numero di dipendenti sia per i servizi (opere segno messe in campo: 14 Centri di Ascolto, Porta Aperta, Centro Diurno, Centro di Prima accoglienza, Appartamenti per accoglienze di famiglie in difficoltà, Casa di Lidia, Dormitorio pubblico in Como, Centro Servizi Immigrati nel comune di Como, Ambulatorio Medico (con Opera don Guanella).

Decidiamo di partire da qui: dalla questione fondamentale che accompagna il lavoro delle nostro opere: questi servizi sono della “Caritas” o della Chiesa? Stiamo assistendo sempre di più a uno scollamento, soprattutto dei Centri di Ascolto con le nostre comunità cristiane. L’esperienza dei Centri rivela, ancora una volta, la “bella” fatica di chi si ritrova a raccogliere difficoltà e bisogni, e l’inevitabile impossibilità di risolvere con prontezza e in modo risolutivo le gravi problematiche raccolte. Tuttavia vi è una fatica che assume i contorni di una sofferenza che potremmo definire “tutta interna alla Chiesa”proprio perché dalla consapevolezza di essere Chiesa deriva. È la fatica dei tanti volontari e di tanti coordinatori che con parole diverse, più o meno dirette, (cfr relazioni sociali annuali) lamentano una grave assenza: quella dei propri sacerdoti, ma soprattutto delle proprie comunità.

 

Domanda: Come motivare questa distanza che non può non ripercuotersi sul significato e sulla valenza di uno stare accanto ai fratelli nel bisogno che i Centri di Ascolto e le altre opere segno incarnano?

 

È una distanza che pesa, nel momento in cui si potrebbe davvero “animare la carità” e immaginare nuove sinergie per essere prossimi in modo concreto, capillare, quotidiano alle numerose persone che si rivolgono ai Centri di Ascolto e alle altre opere segno che vivono all’interno dei confini parrocchiali, soprattutto in questo tempo di crisi. Ma tale distanza pesa, anche e forse soprattutto, nel momento della condivisione, della correzione fraterna, della crescita spirituale senza le quali i servizi della Caritas non possono sopravvivere.

Nella prospettiva di un più significativo rapporto Caritas/Chiesa appare centrale la figura del sacerdote e in particolare del parroco, che diviene punto di snodo della comunicazione, ma soprattutto simbolo di un legame profondo e appassionato con la comunità e la Chiesa locale.

 

Tuttavia, in questo momento è necessairio chiederci: quale correponsabilità reale e concreta è necessario affidare ai laici (formati) diventando i preti sempre di meno. Dobbiamo puntare in questa direzione? Quale tipo di riconoscimento dibbiamo chiedere per            queste figure di “animatori” dei nostri territori?

 

Vogliamo evitare con forza il rischio che il Centro di Ascolto diventi una realtà a sé, priva di un legame saldo e fecondo con le comunità parrocchiali e i loro sacerdoti, anche se ormai il rischio sta assumendo sempre di più i contorni di un “dato di fatto”. Se la testimonianza della Carità appartiene a ogni cristiano, essa non può essere fatta oggetto di delega. Il servizio dei Centri di Ascolto e delle altre opere segno non esauriscono né la concreta domanda di aiuto, né tanto meno la necessità di educare alla carità. Insomma, il Centro di Ascolto e le altre opere si pongono e devono porsi come un “segno”, a memoria della nostra comune chiamata all’Amore.

 

Domanda: come possiamo ritornare a “parlare” alla nostra Chiesa?

Che cosa devono restituire i nostri servizi alle nostre comunità cristiane?

 

Ci rendiamo conto, soprattutto in questo frangente, di come la Caritas, a livello culturale abbia inciso poco nelle nostre comunità cristiane. Oggi abbiamo la forte preoccupazione che se alcune cose su certi temi (immigrazione, grave emarginazione ecc) non le dice la Caritas, nessuno più è in grado di raccontarle: ma anche in questo caso permane la preoccupazione che dentro la nostra Chiesa diocesana se scriviamo o diciamo qualcosa lo facciamo in netto contrasto con qualcun altro (cfr “Il Settimanale Diocesano”). Quale coerenza dentro la nostra chiesa vogliamo proporre?

È per questo motivo che la Caritas, nella nostra Diocesi, a partire dai nostri sacerdoti, sta cominciando ad essere vista come un fastidio (“amica” in casi molto rari), ma è considerata ultile per delegare la soluzione dei problemi dei poveri.

Domanda: come riestituire consapevolezza alla comunità cristiana che i servizi sono “segno” solo se dietrò c’è una comunità che ne condivide, conosce e sostiene il percorso, le scelte, le motivazioni di fondo: non sono opera di quattro impallinati, per altro etichettati come cattocomunisti?

Non possiamo più “buttarci” su servizi senza avere alle spalle la comunità cristiana: ma solo dalla coerenza e dallo stile di operare dei nostri servizi possiamo far crescere le nostre comunità.

Domanda: su cosa devono puntare i nostri servizi? Quali azioni prioritarie nei confronti della comunità cristiana?

 

 

 

Il tema dell’Educare, che accompagnerà la Chiesa nel prossimo decennio è sempre stato “caro” alla Caritas a partire dal metodo che si è costruita nel tempo (ascoltare, osservare, discernere) secondo le indicazioni ricevute fin dal suo avvio legate alla “pedagogia dei fatti”. Nella esperienza ormai quarantennale della nostra Caritas diocesana, attraverso tutti i servizi e le esperienze abbiamo acquisito un metodo e uno stile di educare che difficilmente riusciamo a testimoniare: resta tutto al “nostro interno”.

Ci piacerebbe che questo tema (educare) e questo metodo (pedagogia dei fatti, ascoltare osservare discernere) entrasse nei “cammino diocesano globale” (scuole di formazione per laici, seminario, cammini di catechesi, esperienze giovanili ecc)

Ce lo siamo sempre detti, ma non siamo mai riusciti a incidere su questo.

 

Domanda: Quali azioni concrete e quali persone coinvolgere direttamente per arrivare a questo obiettivo?

 

Assistiamo oggi, anche nella nostra Chiesa, a una “spaccatura” sui poveri: ci sono poveri di “serie A” di cui è bello e facile occuparsi (e redditizio!) e poveri di “serie B”, per cui si fa fatica a lavorare, non c’è la certezza dei finaziamenti, ma soprattutto stare accanto ad alcuni poveri chiede di affrontare costantemente una questione “culturale” e di Chiesa che non è in tutti condivisa e sostenuta.

In questa direzione si aggiunge il fatto che oggi, su temi che stanno a cuore alla Caritas, raramente da parte delle parrocchie si cerca un confronto con la Caritas stessa. Questo è segno di una fragilità del radicamento della Caritas nelle parrocchie e nelle comunità cristiane che vada oltre la distribuzione di “alimenti”, vestiti, e generi di prima necessità.

 

Quali azioni concrete e quali persone coinvolgere direttamente per arrivare a questo obiettivo?

 

 

 

C’è un riassetto territoriale della Diocesi e uno spostamento imminente della sede Caritas.

È necessario iniziare a lavorare in modo differente, pensando a Caritas Vicariali e non più parrocchiali. È necessario affiancare ai sacerdoti anche figure di laici formati (percorso sentinelle) che possano supportare e aiutare nelle attività della Caritas sul territorio.

Dobbiamo proseguire in questa direzione? Come ufficializzare l’incarico a questi laici?

 

Dobbiamo anche affrontare una questione “delicata”, legata alle figure di riferimento della Caritas, a partire dai sacerdoti referenti: sono, quasi tutti, gli stessi ormai da decenni e si avverte a livello generale una “fatica” nel portare avanti le attività, ma soprattutto nel cercare di affrontare in modo “nuovo e fresco” i temi della Caritas.

 

Domanda: È necessario un rinnovamento? Con quali criteri?

 

Il passaggio della nuova sede nel Centro pastorale offrirà nuove opportunità di collaborazione, soprattutto nell’ottica di considerare la Caritas come un ufficio di pastorale. Questa occasione servirà anche per rilanciare un confronto costante e “di vicinanza” di fronte alle situazioni che di volta in volta diventano emergenti con gli altri uffici di pastorale.

 

 

 

Lo stile che dobbiamo avere!

Dobbiamo coltivare, nel nostro modo di vivere la Caritas, uno stile nuovo, che abbandoni innanzitutto la lamentazione per le cose che non vanno e cerchi costantemente di costruire relazioni positive con tutti.

Questo non vuol dire evitare le discussioni e le occasioni di confronto, ma stare nelle comunità, nei servizi, nella nostra Caritas con lo stile di chi viene riconosciuto non solo per il fatto che “aiuta gli immigrati” ma sopratuttutto per lo stile di relazioni che trasmette: da questo vi riconosceranno, dall’amore che avrete gli uni per gli altri.

Chi sceglie di essere della Caritas sceglie di essere una persona che coltiva costantemente relazioni positive.

Essere persone di relazione vuol dire “voler bene” alle persone che la vita ci permette di incontrare. Ai parroci dobbiamo dire di amare le persone che scelgono di essere della caritas. Agli animatori caritas dobbiamo ribadire di voler bene (davvero) ai loro parroci e di pregare per loro e per le comunità a cui appartengono. È da questa relazione di amore che nasce la fedeltà ai poveri (è l’amore di Dio che passa dalla nostra vita): da questo vi riconosceranno, dall’amore che avrete gli uni per gli atri (Gv13,35). E i poveri, (ma non solo loro), ci riconosceranno questo scelta di vita!

Questo modo di vivere le relazioni è il modo migliore che la Caritas ha per evangelizzare oggi. Per noi, oggi, le Caritas buone e belle sono quelle capaci di evangelizzare. Sono stili, atteggiamenti, attenzioni, azioni che, come un ponte, facilitano l’incontro tra l’uomo, la comunità, il territorio, la Chiesa e Dio. La Caritas nasce nella comunità, dalle relazioni corte, dalla condivisione dei vissuti, dall’esperienza concreta di servizio. Ma soprattutto tornano alla comunità restituendo e moltiplicando:

conoscenza come possibilità di ascolto, comprensione, riconoscimento dei volti, delle storie, della cultura di un territorio;

condivisione come possibilità di integrazione per il bene comune e contaminazione feconda con altri soggetti;

accompagnamento dei singoli e dei gruppi (le comunità dentro la comunità) dentro l’esperienza cristiana e autenticamente umana, dell’incontro, della condivisione, della responsabilità, della partecipazione e del servizio.

 

Vogliamo andare in questa direzione? In che modo? Come dirlo a tutti (possibile tema per la nostra Assemblea diocesana)?

 

 

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