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L'esperienza di San Bartolomeo in Como



 

 

san bartolomeo: "Casa Scalabrini" aperta ai profughi

 

Anche di fronte all’emergenza dell’aprile 2014, la parrocchia di San Bartolomeo a Como non si è tirata indietro e ha accolto dieci persone provenienti dal Gambia. Lo aveva fatto con grande disponibilità anche nell’estate del 2011, quando aveva ospitato 8 profughi giunti in città insieme con parecchie decine di profughi provenienti dai Paesi in guerra dell’Africa (Sud Sudan, Nigeria, Costa d’Avorio, Ciad… e poi in fuga dalla guerra civile libica).

E proprio grazie a quella esperienza, vissuta con coinvolgimento dal parroco, don Christian Bricola, e da tanti volontari della parrocchia, si è concretizzata anche l’accoglienza nella primavera del 2014. La Caritas diocesana ha così potuto contare ancora una volta sulla disponibilità di una comunità che da diversi anni vede presenti numerose persone e famiglie immigrate ed è abituata a condividere non soltanto le situazioni di emergenza, ma anche il vissuto quotidiano, l’integrazione e la convivenza con queste persone in questo quartiere del centro.

La storia continua…

Nella pagina Caritas, pubblicata il 24 dicembre 2011 su “il Settimanale della Diocesi di Como” (e ora visibile anche nella sezione “Archivio” di questa parte del nostro sito dedicata all’accoglienza profughi), avevamo raccontato nei dettagli proprio l’esperienza fatta a San Bartolomeo. Il titolo dell’intervista a don Christian era eloquente: “Stranieri diventati amici”.

E amici lo erano diventati veramente, integrandosi nella comunità, accolti nella “Casa Scalabrini”, un appartamento di quattro locali della parrocchia in viale Giulio Cesare, battezzato non a caso con il nome di un illustre sacerdote comasco, che tanto ha dato nella sua vita per la cura dei migranti. Ci aveva particolarmente colpito, raccogliendo le testimonianze di quella esperienza, la storia di Hamidou, un ospite della “Casa Scalabrini”, proveniente dalla Costa d’Avorio. Hamidou allora aveva 34 anni, sposato e papà di due bambini (di 4 e 6 anni), in fuga dal 2008 dal suo Paese e poi, dopo mille vicissitudini ed esperienze lavorative, anche dalla Libia del regime di Gheddafi. Hamidou aveva attraversato l’Africa portando in salvo la sua famiglia, poi si era imbarcato su una delle tante “carrette del mare” alla volta di Lampedusa, fino a giungere a Como. Lontano 3mila chilometri dalla sua patria, ma in salvo e con tanta speranza nel cuore.

 

L’accoglienza del 2014 (aggiornata ad aprile 2015)

Oggi, nella “Casa” della parrocchia di San Bartolomeo sono accolti 10 profughi provenienti dal Gambia e facenti parte dell’operazione “Mare Nostrum”. Sono in prevalenza giovani (dai 19 ai 29 anni); alcuni di loro sono arrivati a Como dopo un viaggio durato oltre due anni, che li ha visti sbarcare in Sicilia, ospitati nelle varie strutture di accoglienza del Sud e, infine, trasferirsi a Milano fino a raggiungere la città che tuttora li ospita.

La loro storia è comune a quella di tantissimi altri loro coetanei giunti in Italia in cerca di speranza, di lavoro, di dignità. Nel loro Paese soltanto uno di loro era studente, gli altri avevano un lavoro: falegname, taxi driver, elettricista. Poi la guerra e la povertà hanno sconvolto le loro vite.

La “Casa Scalabrini” - divenuta negli anni punto di riferimento per accogliere queste persone, ma anche a disposizione della parrocchia (in passato e in futuro) per ospitare altre esperienze di disagio - è la loro base, dove vivono organizzati per mangiare e per dormire. Durante la settimana alcuni di loro frequentano i vari corsi che la Caritas diocesana, in collaborazione con volontari, enti e strutture del territorio, organizza per facilitare l’inserimento e la permanenza dei migranti sul territorio diocesano. Finora il loro interesse è rivolto ai corsi per aiuto cuoco e di giardinaggio (questi ultimi presso la struttura dei Padri Comboniani di Rebbio e la scuola di Minoprio).

I volontari impegnati sul campo

I dieci ragazzi di San Bartolomeo sono seguiti da una decina di volontari che si alternano per monitorare la loro presenza, le loro attività e le necessità di carattere personale e burocratico. Tra questi ricordiamo (senza ovviamente dimenticare gli altri) Isa, che si dedica al doposcuola e alla gestione del vestiario; Pierluigi, che tiene i rapporti con la Caritas; e, non ultimo, Attilio che è impegnato sul fronte operativo e per seguire i profughi nelle incombenze burocratiche e relative alle procedure per richiedere il permesso di restare nel nostro Paese.

≪Quest’anno abbiamo fatto tesoro dell’esperienza vissuta nel 2011-2012. Abbiamo accolto questi ragazzi già preparati, consapevoli delle difficoltà ma anche delle opportunità di crescita che una simile esperienza può portare all’intera comunità - dicono all’unisono Isa, Pierluigi e Attilio - Tuttavia, è giusto evidenziare che rispetto al 2012 ci sono alcune differenze. Per esempio questi giovani, che hanno saputo fare gruppo tra loro, sono molto autonomi e hanno meno propensione a integrarsi nella comunità della parrocchia. Inoltre, la stessa comunità, pur essendo consapevole della loro esistenza, è meno coinvolta in questa esperienza, anche perché da anni è “abituata” a vivere in questa zona una forte presenza di stranieri e, forse, le difficoltà economiche del momento che tante persone vivono ogni giorno tolgono “attenzione” verso situazioni altrettanto difficili. Non crediamo sia una forma di egoismo o di mancanza di prossimità: è semplicemente un “segno dei tempi” che non possiamo però sottovalutare≫.

Attualmente (aprile 2015) i dieci profughi hanno fatto ricorso presso il Tribunale di Milano dopo aver ottenuto recentemente il diniego per avere il riconoscimento dello status di rifugiato. Ciò comporterà altri mesi di attesa burocratica e di incertezza sul loro futuro. Nel frattempo nella parrocchia di San Bartolomeo - come nelle altre realtà coinvolte della Diocesi -  l’accoglienza quotidiana continua.   

 

 

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