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EDITORIALE

03 febbraio 2017

Vivere ogni giorno la virtù della carità

Papa Francesco ci dice che le nostre azioni non servono a nulla se non ci mettono in condizione di accogliere l’altro come parte di noi stessi


Credo sia opportuno riprendere in questo momento una riflessione sulla Carità, non come strumento che ci serve per aiutare le persone che si rivolgono a noi in cerca di sostegno, ma come dimensione di vita a cui dobbiamo aspirare.

Stiamo vivendo una stagione molto complessa, che sta mettendo in forse molte certezze che in questi anni abbiamo cercato di costruire; prima tra tutte quella di una società che si basi non solo sul possedere, ma sull’attuazione concreta di azioni che possano soddisfare alcuni bisogni primari, che sono un bagaglio di diritto per qualsiasi persona: lavoro, casa, libertà di esprimere credo religioso e idee politiche.

Tutto questo sta venendo meno nelle nostre comunità, non tanto perché sono venute a mancare alcune condizioni concrete a causa della crisi economica, ma perché abbiamo perso la consapevolezza che noi tutti siamo parte della comunità in cui viviamo. In essa non dobbiamo solo ricercare l’attuazione dei diritti, ma abbiamo anche il dovere di farla crescere donando tempo e capacità morali e professionali personali.

Papa Francesco ci dice che le nostre azioni e i nostri programmi di assistenza non servono a nulla se non ci mettono in condizione di accogliere l’altro come parte di noi stessi e non come una persona “anonima” da aiutare solo con beni materiali.

Allora vorrei riportare al centro della nostra riflessione questo concetto: quello di una storia, di una vita - la nostra - che per essere vissuta pienamente si deve lasciare contaminare da altre vite che sembrerebbero esterne a noi, ma che, con il nostro consenso, diventano parte di noi in modo così stretto che per noi diventa impossibile compiere qualsiasi scelta senza tener conto di questo legame. Un legame che diventa così fondamentale al punto che, se venisse a mancare, non potremmo più vivere.

Credo che sia questo il primo insegnamento che riceviamo dall’incarnazione. Noi crediamo in un Dio che si è fatto uno di noi, che si è inserito nella nostra storia, non in modo eclatante, ma in punta di piedi, entrando dalla porta di servizio, rompendo i piani sia dei potenti (pensiamo nel campo della politica e dell’economia) sia anche dei filantropi, quelli che hanno bisogno dei poveri per esprimere la loro umanità.
Questo Dio, attraverso Gesù, diventa così parte attuale della nostra storia, della storia delle nostre comunità ecclesiali e civili… ma noi presi dalle nostre certezze e dalle nostre rivendicazioni lo abbiamo dimenticato, non siamo più in grado di riconoscerlo. Allora abbiamo bisogno di gratificazioni: quanto è appagante sentirci dire dei grazie, quanto ci sentiamo indispensabili perché diventiamo perno per le scelte di vita che le persone che ci avvicinano devono compiere, quanto siamo capaci di usare la vita degli altri per portare avanti i nostri progetti di vita, i nostri modelli di Chiesa e di società.

Vivere la Virtù della Carità allora implica per noi compiere un percorso serio di conversione personale e comunitario, perché siamo popolo in cammino nella storia, popolo che oggi è ampio, multiculturale e multirazziale e non può essere contenuto con barriere fisiche e culturali.
Come possiamo aiutare e rapportarci con chi arriva nel nostro territorio se non riusciamo neanche a capirci e a sopportarci tra di noi?
Come possiamo esercitare la carità se non riusciamo ad ammettere le nostre fatiche, le nostre debolezze? Come possiamo renderci paladini di giustizia, quando poi sistematicamente questa giustizia la snobbiamo o la adattiamo al nostro volere?
Come possiamo aspirare alla condivisione quando poi il nostro agire è strettamente personale e il nostro progetto di vita lo mettiamo al centro e per realizzarlo siamo disposti a calpestare tutto quello che troviamo sul nostro percorso e che ci impedisce di realizzarlo?

Questo diventa possibile nella misura in cui non ci affidiamo a noi stessi e alle nostre capacità, ma il nostro agire abbia come centro la Parola che diventa Vita attraverso le vite che sappiamo accogliere.
Solo così i progetti che andremo a realizzare potranno diventare costruzione di quel Regno di giustizia e di pace vera che Cristo, con il suo esempio, ci invita a portare a compimento.
 

 

Roberto Bernasconi, direttore della Caritas diocesana di Como
 
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