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EDITORIALE

15 marzo 2017

Ascoltare e accogliere, due facce della stessa medaglia

Due "occasioni" di crescita per rendere proficuo l'incessante lavoro della Caritas sull'intero territorio diocesano

 

Sabato 11 marzo scorso si è svolta a Chiavenna, presso il Cineteatro Victoria e l’oratorio San Luigi, la Giornata formativa per gli operatori dei Centri di Ascolto della Caritas diocesana. L’incontro dal titolo “Il tempo e lo spazio dell’ascolto” - che ha visto la presenza di oltre 100 volontari, dei coordinatori e di numerosi operatori - è stato un importante momento di condivisione e ha permesso di fare il punto sull’importante lavoro svolto nei CdA Caritas, ai quali quotidianamente si rivolgono tantissime persone in difficoltà. Ecco il commento del direttore della Caritas diocesana, Roberto Bernasconi.

L’incontro di Chiavenna è stato molto positivo per varie ragioni.
È stato organizzato volutamente in Valtellina, una zona importante che non deve e non vuole essere considerata “periferica” e che sta vivendo, come del resto tutto il vasto territorio diocesano, tante fatiche ma anche tante nuove opportunità sul fronte dell’ascolto e dell’accoglienza delle persone in cerca di aiuto.
Non a caso ricordo, a questo proposito, il coinvolgimento di tante comunità su questi temi e la disponibilità a nuove “sfide” come, per esempio, l’Unità pastorale di Chiavenna e Prata sotto la guida dell’attento e generoso don Andrea Caelli, che è anche coordinatore del CdA di Chiavenna.

È stata una giornata proficua perché ancora una volta ci siamo resi conto della ricchezza dei nostri CdA.
In questi anni tantissimi volontari hanno fatto un’esperienza umana importantissima, un’esperienza che oggi è fatta di tanta capacità e professionalità che rende questi servizi punti di riferimento indispensabili sul territorio e concreta espressione della Chiesa comense. Chi si rivolge a noi sa che troverà operatori capaci di ascolto e attenti agli aspetti umani e spirituali di ogni singola persona: l’“altro” non è un caso da risolvere, ma un uomo e una donna da accogliere e accompagnare in un cammino di riscatto e di rinascita.

In quest’ottica i Centri di Ascolto diventano luoghi e strumenti operativi di un proficuo percorso pastorale per tutte le comunità e per tutte le parrocchie della Diocesi.
È questa - ne sono convinto - la Chiesa che auspica Papa Francesco: una Chiesa non chiusa in se stessa, che accarezza soltanto i suoi malanni, ma “in uscita”, cioè che sa essere prossima e ogni giorno vicina agli ultimi.

Nei primi giorni di aprile 2017 la struttura di via Sirtori a Como - che nei mesi invernali ha gestito e affrontato l’“emergenza freddo” accogliendo ogni notte quasi 50 persone - riaprirà i battenti come “hub” di prima accoglienza per i migranti (esclusivamente uomini maggiorenni) che la Questura di Como affiderà alla Caritas e che in un successivo momento verranno destinati ai Centri di accoglienza (i cosiddetti CAS) sul territorio. Ecco il commento del direttore della Caritas diocesana, Roberto Bernasconi.

L’apertura dell’“hub” di via Sirtori è una decisione importante, che rientra nel percorso ordinario di questi ultimi anni intrapreso sul fronte dell’accoglienza dei migranti sul nostro territorio.
È la prova di un’ulteriore disponibilità per permettere a queste persone (circa 50) di fare sin dall’inizio un percorso dignitoso nelle nostre comunità.
La struttura di via Sirtori, che accoglie i profughi destinati ai CAS, fa da supporto - se così possiamo dire - al Centro di accoglienza di via Regina, gestito dalla Croce Rossa, che ospita i migranti (attualmente sono circa 140, in gran parte minorenni) che temporaneamente transitano da Como e che, come sappiamo, intendono proseguire il loro cammino verso i Paesi del Nord Europa.

Di fronte a questa realtà - che come sappiamo è “in divenire” di giorno in giorno - mi preme fare una considerazione tutt’altro che scontata.
Questo generale movimento di persone - che da anni interessa Como e il nostro Paese - ha un aspetto positivo: di aprirci a una dimensione di mondialità che non è astratta (un mero fatto sociologico), ma è fatta di persone, di volti, di vera umanità.
È la prova vivente (che non vediamo in televisione, ma accanto a noi in “presa diretta”) delle conseguenze delle guerre e delle povertà dei popoli del Medio Oriente e dei Paesi dell’Africa, milioni di persone in movimento verso l’Europa e altri Paesi del mondo.
È altresì la nostra presa di coscienza che accogliere questi profughi è un “atto dovuto”, perché la povertà di quelle terre ha un’origine storica e i cosiddetti “Paesi ricchi” hanno le loro grosse responsabilità.
Ecco perché non dobbiamo mai stancarci di condannare le storture dell’economia e della politica che hanno generato povertà e sfruttamento.
Ecco perché occorre promuovere una politica di pace e di aiuto concreto nei confronti del Sud del mondo.
Se siamo consapevoli di tutto ciò, sapremo anche essere capaci di accoglienza ed essere testimoni concreti della Parola di Dio.

In questi giorni mi piace ricordare un passo della lettera enciclica di Giovanni XXIII sulla pace fra tutte le genti. Al punto 12 si legge: “Ogni essere umano ha diritto alla libertà di movimento e di dimora nell’interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse. Per il fatto che si è cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale”.

Parole scritte nel 1963!
Altro che erigere muri! 

 

 

Roberto Bernasconi, direttore della Caritas diocesana di Como
 
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