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EDITORIALE

12 febbraio 2018

Basta diktat. Occorre più dialogo

Mi preme fare il punto e alcune considerazioni in merito all’accoglienza notturna dei senza dimora e dei migranti in città di Como, a oltre due mesi dalla sua organizzazione e attuazione.

 

 

Mi preme fare il punto e alcune considerazioni in merito all’accoglienza notturna dei senza dimora e dei migranti in città di Como, a oltre due mesi dalla sua organizzazione e attuazione.

Dopo aver attivato anche quest’anno il servizio “Emergenza freddo” in via Sirtori a Como (che ospita una cinquantina di senza dimora, in prevalenza italiani) e, per la prima volta, organizzato tre ampi tendoni all’interno del Centro Cardinal Ferrari per i migranti, siamo certi che pochissime persone hanno deciso, per libera scelta, di dormire in strada e al freddo (penso ai pochi che trascorrono la notte a San Francesco e in piazza San Fedele). Queste persone non riescono ad accettare la convivenza con gli altri senza dimora e preferiscono la massima autonomia.

La decisione di organizzare i tre tendoni nel chiostro interno del Centro Cardinal Ferrari è stata presa, come sappiamo, perché proprio in questi mesi sono aumentate le persone transitanti, ovvero i migranti che sono usciti dai Cas (per fine percorso o per scelta autonoma) oppure coloro che giungono da noi per tentare di oltrepassare il confine Svizzero o perché, viceversa, espulsi dalla Confederazione e quindi rimandati in Italia. Senza contare che numerosi sono i migranti che giungono da altre città italiane perché sanno che qui a Como trovano una migliore assistenza, non soltanto a livello di accoglienza (cibo, vestiario, ospitalità notturna), ma anche da un punto di vista legale e amministrativo. La loro presenza - come detto - è in netto aumento: nelle ultime settimane fino ad oggi si contano al Cardinal Ferrari 51 migranti, 15 sono ospitati nella parrocchia di Rebbio e altri 15 dai Padri Comboniani ( i numeri sono abbastanza precisi ma tendono a variare di settimana in settimana). Ovviamente questa situazione ha messo a dura prova la nostra organizzazione per offrire loro adeguata accoglienza ma, soprattutto, la loro presenza rappresenta un’ulteriore “sfida” alla città e ai servizi organizzati sul territorio, come gli stessi Cas e il campo Cri di via Regina a Como.

La Chiesa di Como, la Caritas diocesana e numerose parrocchie sono profondamente coinvolte e impegnate per affrontare questa situazione. Tuttavia voglio ribadire con forza - e per l’ennesima volta - che per affrontare queste problematiche occorre una rinnovata sinergia tra tutte le forze “vive” della città.
Mi riferisco alle parrocchie, ai volontari, alle associazioni, alla rete che da anni è attiva su questo fronte.
Ma non posso non rivolgere un accorato appello alle istituzioni (Comune, Prefettura, Questura, Enti preposti alla sanità, Tribunale dei minori…). Purtroppo in queste ultime settimane, condizionate anche dal clima pre-elettorale, è in atto una sorta di malcostume: rifuggire dalla responsabilità di fare scelte anche coraggiose, nascondendosi dietro il muro strumentale della burocrazia.
Due esempi: quante difficoltà per affrontare il difficile cammino dei minori non accompagnati (non possono passare anni prima di affiancarli a tutori); oppure delle persone con problemi psichici, per i quali nessuno vuole accollarsi responsabilità precise, come il necessario ricovero in strutture adeguate.

È neccessario, allora, un energico e repentino cambiamento di rotta.
Basta diktat unilaterali, imposti sull’onda populista e demagogica.
Occorre un rinnovato, serio dialogo. Non strumentale, non ideologico.
Altrimenti si rischia di minare i buoni rapporti instaurati in questi anni e che erano basati sulla reciproca fiducia, sul rispetto dei rispettivi ruoli: da un lato l’amministrazione pubblica e le istituzioni di Governo, dall’altro tutti coloro che sono impegnati nell’accoglienza, Caritas in testa.
Abbiamo di fronte altri mesi di impegno e di possibile emergenza. Nei prossimi mesi chi avrà l’onere di guidare il Paese, e le istituzioni a livello locale, non potrà rinunciare ad avere uno sguardo lungimirante e aperto ai cambiamenti. Soprattutto dovrà tener conto di tutto il bene fatto, delle buone prassi attuate e della grande generosità messa in campo da tante persone che non sono disposte a rinunciare al servizio di fraterna vicinanza nei confronti dei nostri fratelli bisognosi. 

 

 

Roberto Bernasconi, direttore della Caritas diocesana di Como
 
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