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29 aprile 2021 – Intervista a tutto campo a Beppe Menafra – operatore e referente di Porta Aperta della Caritas diocesana, il servizio di coordinamento per la grave emarginazione in città di Como – al termine del progetto “Emergenza Freddo” 2020-2021.

«Quest’anno il progetto “Emergenza Freddo”, ancora pesantemente condizionato dalle restrizioni per il Covid, si chiude a mio parere molto positivamente – sottolinea Beppe Menafra, referente del servizio Porta Aperta della Caritas diocesana di Como, che ha coordinato l’accesso alle strutture di via Borgovico e di San Rocco – Innanzitutto perché l’obiettivo primario, cioè permettere a tutti i senza dimora della città di superare indenni il freddo inverno, è stato superato con successo come negli anni scorsi. Un obiettivo che non bisogna mai dare per scontato. Anche quest’anno, come è sempre avvenuto in questi ultimi anni, ci siamo riusciti con successo dando ospitalità complessivamente a 160 persone. Inoltre, nonostante le preoccupazioni iniziali, anche l’emergenza della pandemia è stata affrontata al meglio, prestando grande attenzione ai senza dimora, agli operatori e ai volontari coinvolti. Infine, perché aver organizzato l’accoglienza non in tensostrutture come in passato ha permesso a tutti di vivere questa esperienza in modo più dignitoso e umanamente coinvolgente: penso agli stessi ospiti, ma anche ai tantissimi volontari impegnati».

I numerosi volontari sono stati il vero valore aggiunto di questa “Emergenza Freddo”…

«Proprio a loro, in particolare, rivolgo il mio personale grazie di cuore. Sono tuttora stupito per il loro numero e la loro grande disponibilità e generosità dimostrate, superando anche le perplessità determinate dal Covid: evidentemente la forte motivazione e la grande sensibilità sono stati più forti della paura di ammalarsi. Sarà nostro impegno tenere vivo questo volano virtuoso, non soltanto in vista della prossima stagione invernale, ma anche negli altri periodi dell’anno e per tutti i servizi della Caritas: penso ai Centri di Ascolto, alle Caritas parrocchiali, al servizio mensa e via elencando».

Un bilancio positivo anche per altri aspetti…

«Quest’anno i punti positivi sono molti di più rispetto agli altri anni. Il primo perché i luoghi dell’accoglienza sono stati più vivibili per il numero di persone accolte. Gli ospiti erano meno numericamente e ciò ha reso il servizio più curato, con meno conflitti. Il secondo motivo che ha fatto la differenza è che quest’anno in entrambe le strutture erano presenti gli operatori. Noi impegnati a Porta Aperta, negli anni scorsi vivevamo giorno e notte in allerta per ogni evenienza, perché le strutture erano presidiate soltanto da volontari. Quest’anno la diversa organizzazione ci ha permesso di vivere il servizio con meno apprensione, sapendo che i luoghi erano monitorati a turno 24 ore su 24 da persone esperte e che si assumevano di volta in volta la responsabilità di scelte operative e per ogni evenienza. Anche l’ospite era così avvantaggiato, poiché si sono limitati anche i possibili conflitti. Concludo con un’altra personale valutazione: durante questi mesi l’impatto delle strutture di via Borgovico e di San Rocco sul territorio non ha determinato problemi di convivenza con le persone e le famiglie circostanti. Tutto ciò smentisce luoghi comuni e problematiche che a volte sono reali soltanto sulla carta. È un’altra prova che dimostra che la solidarietà e l’accoglienza possono essere vissute in serenità e nella condivisione e che strutture più piccole, che accolgono meno persone, si integrano meglio sul territorio, perché gli stessi ospiti sono portati a comportarsi meglio».

Quest’anno la Caritas ha coordinato nell’ambito del progetto “Emergenza Freddo” una nuova iniziativa, il “Progetto Betlemme”, che ha coinvolto principalmente alcune realtà parrocchiali cittadine. Un’esperienza anch’essa positiva?

«Sì, certamente. Il “Progetto Betlemme”, la micro-accoglienza diffusa di otto senza dimora in alcune parrocchie e realtà ecclesiali della città, ha dato “valore aggiunto” all’“Emergenza Freddo”: gli ospiti hanno avuto la possibilità di trascorrere la notte in piccoli alloggi accoglienti, in una dimensione direi famigliare, seguiti da numerosi volontari, essenzialmente parrocchiani, e con il coinvolgimento dell’intera comunità che si è resa protagonista dell’accoglienza. Mi auguro che questo bellissimo progetto possa essere replicato anche in altre realtà diocesane e avere un seguito anche in futuro».

Uno stile di accoglienza complementare, ma altrettanto coinvolgente…

«Si è dimostrato che possiamo fare la stessa cosa nello stesso periodo di tempo, però con stili e modalità differenti. Un conto è accogliere delle persone in una struttura o in una tensostruttura, oppure in un piccolo progetto di accoglienza in due locali di un oratorio o della parrocchia: ciò fa la differenza per tutti. Per gli ospiti ovviamente, ma soprattutto per la comunità, perché la micro-accoglienza ha una ricaduta maggiore sui parrocchiani che sono più coinvolti anche a livello personale».

La speranza è che il “Progetto Betlemme” abbia una continuità oltre l’“Emergenza Freddo”?

«Personalmente non chiedo di più. Per me il “Progetto Betlemme” chiude il 30 aprile; se le parrocchie vogliono proseguire anche solo temporaneamente, sono libere di farlo, come è stato per l’esperienza di Sant’Agata a Como, che a suo tempo aveva dato continuità al progetto di accoglienza parrocchiale. Detto ciò, mi auguro che alla prossima “Emergenza Freddo” lo stesso “Progetto Betlemme” possa essere replicato, anzi maggiormente diffuso sul territorio. Anche perché le ricadute sulle persone è estremamente positivo. Non soltanto per le comunità, ma anche per le persone coinvolte sul campo. Penso ai volontari, per esempio: questa esperienza li ha fatti riflettere e crescere umanamente. Sono stati coinvolti a tal punto di chiedersi: ma come fanno queste persone che ora tornano a dormire in strada? Insomma, si crea una sensibilità e un’empatia diverse, più coinvolgenti, perché nel tempo si è creata una relazione. E sono sicuro che ciò li porterà a essere sempre disponibili anche in altri ambiti della carità… aspettando la prossima Emergenza freddo”. Tutto ciò lo definisco l’“effetto collaterale” di tutta l’esperienza di accoglienza invernale. E anch’io ho imparato una cosa nuova, cioè saper gestire la sofferenza degli stessi volontari costretti loro malgrado a terminare un’esperienza gratificante e umanamente impagabile e saper insegnare loro la consapevolezza che questo tipo di relazioni lascerà un segno indelebile nella loro vita».

Nell’economia del progetto “Emergenza Freddo” la sinergia con altri soggetti coinvolti ha dato buoni risultati?

«Assolutamente sì. La relazione, l’aiuto reciproco, la condivisione delle difficoltà, la possibilità di confronto e di darci consigli sono stati il valore aggiunto dell’esperienza di quest’anno. Sia per gli operatori sia per i volontari coinvolti».

Mai come quest’anno l’“Emergenza Freddo” è stata sostenuta grazie alle donazioni fatte da tantissime persone, enti, parrocchie…

«Il mio personale grazie di cuore a tutti. Ciò dimostra la generale sensibilità aumentata quest’anno anche dalla difficoltà che ognuno di noi vive a causa dell’emergenza della pandemia. Aggiungo che la morte di don Roberto Malgesini ha messo in evidenza quanto sia bello e importante aiutare le persone in difficoltà. Nella condivisione. Devo dire, infine, che a livello comunicativo la campagna quest’anno è stata curata, a mio giudizio, in modo capillare e costante e ciò ha portato a risultati quasi insperati».

L’“Emergenza Freddo” è terminata a fine aprile. Ciò aprirà le problematiche già avvenute in passato? Le persone torneranno a dormire in strada?

«È un fenomeno che non riusciamo mai a controllare. Delle circa 50 persone presenti nei dormitori alla loro chiusura non tutte sono tornate  sulla strada. Non è mai così per fortuna, perché per qualcuno si sono aperte le porte del dormitorio di via Napoleona, mentre altri hanno scelto di lasciare la città magari chiedendo ospitalità ad amici o semplicemente cercando fortuna in altre realtà.
Dall’apertura di “Emergenza Freddo” si è corretta l’“invasione” di San Francesco e sotto il porticato della basilica del Crocifisso in viale Varese. Ai senza dimora proponiamo di non tornare a quella vita poco dignitosa, soprattutto con l’occupazione diurna di quei luoghi. Speriamo nella loro collaborazione e nell’attenzione di tutti i soggetti coinvolti per prevenire tali situazioni. Questo non significa che come Rete degli enti per la grave marginalità della città di Como non si debba rinnovare il nostro impegno per cercare soluzioni di lungo periodo ad un problema certamente complesso e non nuovo, contando sul sostegno dell’intera città».

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