Pubblichiamo la testimonianza di Laura Pini, volontaria del servizio Porta Aperta, che fa parte del gruppo “Frontiere di pace“,  nato dalla Caritas di Maccio di Villa Guardia e allargatosi ben oltre i confini della parrocchia comasca per portare aiuti e vicinanza umana alla popolazione ucraina sconvolta dalla guerra. 

«Ci sono zone in Ucraina dove hanno minato anche i cimiteri. Capite cosa vuol dire? Significa per una persona non poter nemmeno andare a piangere sulla tomba dei propri cari».

È passata qualche settimana dal rientro in Italia ma gli occhi di Laura Pini, volontaria del gruppo “Frontiere di pace”, nato dalla Caritas di Maccio di Villa Guardia e allargatosi ben oltre i confini della parrocchia comasca, ha ancora negli occhi e nella mente i volti, le storie e le lacrime raccolte in questi dieci giorni vissuti dentro un Paese in guerra.

In sei sono partiti all’inizio di febbraio per la sedicesima missione in Ucraina (come è stato già raccontato sul numero 6 de Il Settimanale della Diocesi di Como) con un obiettivo preciso in testa, sempre quello: portare non solo aiuti – sebbene siano stati consegnati nelle città di Kherson e Kharkiv 20 tonnellate di cibo e prodotti di prima necessità -, ma soprattutto vicinanza umana alle popolazioni vittime della guerra. Di quest’ultima delegazione faceva parte anche Laura, unica donna del gruppo, arrivata alla sua quinta missione umanitaria.
Insomma una veterana e, pensare, che il suo primo viaggio nel marzo 2022 è nato quasi per caso.

Nelle immagini il gruppo di sei volontari partiti dall’Italia alla volta di Kherson e Kharkiv. Con loro, padre Ihor Boyko, rettore del seminario greco-cattolico di Leopoli, che accompagna i volontari comaschi fin dalla prima missione in terra ucraina. 

«Ricordo che era un mercoledì – racconta – e mi trovavo a Rebbio dove faccio volontariato. Don Giusto mi disse di un pulmino che era in partenza il giorno successivo diretto in Polonia per portare aiutati al confine e dare un passaggio verso l’Italia ai familiari di una donna ucraina che già viveva a Como. I pulmini erano pronti, ma servivano autisti. Quella notte avrei lavorato, sono infermiera al S. Anna, e l’indomani avrei avuto “smonto-notte” e poi un giorno di riposo. L’occasione era propizia. Non c’ho pensato molto e ho dato la mia disponibilità. E così mi sono ritrovata a bordo di un pulmino diretto a nord. Allora nessuno di noi avrebbe immaginato che a quel viaggio ne sarebbero seguiti tanti altri».

In totale decine di missioni realizzate da gruppi e realtà diverse, provenienti da Como e dal canturino, che hanno fatto in questi mesi dell’oratorio di Rebbio un punto di riferimento per le riunioni di coordinamento. Tra questi uno dei gruppi più attivi è sicuramente quello che fa capo ai volontari della parrocchia di Maccio di cui Laura fa parte. A guidare il gruppo in terra ucraina, ancora una volta, è stato padre Ihor Boyko, rettore del seminario greco-cattolico di Leopoli.

I volontari di Maccio hanno realizzato durante la loro missione una lunga serie di video-testimonianze che raccontano il dramma vissuto dalla popolazione. Tutti i video – curati da Giambattista Mosa, coordinatore del progetto, sono visibili sul canale Youtube “Frontiere di Pace”

«Non sono una persona che ama raccontarsi – confida Laura -, ma confrontandoci come gruppo ci siamo resi conto di quanto sia importante condividere quanto vissuto nel corso delle diverse missioni. In fondo noi siamo solo l’ultimo anello della catena e nulla potremmo fare se non ci fossero decine di altre persone, amici e familiari, che lavorano per recuperare il materiale, prepararlo e che, durante tutto il viaggio, ci sostengono con il pensiero e la preghiera. Condivere quanto vissuto, anche se non sempre è facile perché si tocca con mano la barbarie della guerra, diventa dunque fondamentale».

Ma per la volontaria, così come per tutto il gruppo, c’è anche un altro motivo, forse ancora più importante: «Più passa il tempo – continua Pini – più ci accorgiamo che a tante persone in Italia non importi nulla di quanto sta avvenendo in Ucraina (così come accade per altre guerre). Il grande coinvolgimento dei primi mesi sta piano piano lasciando spazio all’indifferenza e questo mi fa star male. Ma come si fa a restare indifferenti davanti a tutto questo? Penso ai nostri viaggi e mi rendo conto che gli equipaggi sono costituiti quasi esclusivamente da uomini e donne di mezza età. Personalmente mi chiedo dove siano i giovani, perché non sentano – salvo rari casi – l’urgenza di mobilitarsi, di fare qualcosa».

Alcune immagini relative alla consegna degli aiuti

Chiedo a Laura se non può essere la paura a frenarli. «Certamente, una persona deve sentirsela e non nascondo che anche a me, specialmente nei giorni prima della partenza, viene da chiedermi chi me lo faccia fare. Ma una volta partiti e entrati in Ucraina viene tutto naturale. E purtroppo, specie nelle zone vicine alla linea del fronte, si finisce per abituarsi agli scoppi che ritmano le giornate. Non è normale, non dovrebbe esserlo, ma oggi in Ucraina è così». Laura Pini ci racconta di decine di incontri, molti dei quali fatti di soli sguardi, strette di mano, abbracci e di poche parole tradotte grazie al telefono.

«Ricordo un uomo incontrato durante una tappa del viaggio, lungo la via per Kherson. Eravamo in chiesa quando l’ho notato seduto in un banco, verso il fondo della navata, e piangeva. Mi sono avvicinata: “Non sono in grado di capire la tua sofferenza, ma l’unica cosa che posso fare è abbracciarti e pregare per te”, gli ho scritto.

Poco dopo l’uomo mi ha raccontato che era fuggito nel 2014 dall’est dell’Ucraina, allo scoppio della guerra, per rifugiarsi a Kherson. Sfollato, aveva lasciato indietro tutto e con fatica si era ricostruito una vita. Pochi mesi prima la sua nuova casa era stata nuovamente distrutta e si ritrovava ancora senza niente. Ecco, storie così se ne sentono di continuo in quelle città e in quei villaggi.

Storie di dolore, ma anche di speranza. Come quella della donna che, fin dalla prima missione a Kharkiv, ci ospita nella sua casa. Suo marito è morto al fronte, ma sono sempre rimasta colpita dalla sua dignità. Ogni volta che ci ospita la ringraziamo e le chiediamo perché, con tutto quello che ha vissuto riesce ad essere così ospitale con noi. “Sono io che ringrazio voi”, ci ha detto l’ultima volta. “Con mio marito avevo sempre sognato di avere una casa aperta perché gli amici qui si potessero sentire a casa. Ora voi riempite il vuoto che lui ha lasciato”».

In collaborazione con la redazione
de “Il Settimanale della Diocesi di Como”

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