Prosegue da tre anni l’esperienza di “Casa Betlemme”, il luogo che, all’interno del Progetto Betlemme è allestito nel Centro parrocchiale di Albate, nella Comunità pastorale di Albate Muggiò. A febbraio sono ospiti Sandro detto Mac, italiano e Helmi, tunisino. I volontari impegnati sono circa 40.

Ecco la testimonianza della “storica” volontaria Aldina

18 aprile 2024 – «Najib ci ha lasciati, ha scelto di tornare in dormitorio. Vorrei partire da lui, per raccontare di noi.
Se n’è andato e ha lasciato anche i vestiti. Non potrei dire i suoi vestiti, i vestiti che la nostra Caritas parrocchiale gli aveva recuperato. Ha portato con sé solo le sue scarpe e quello che aveva indosso. Noi non l’avremmo fatto mai, siamo attaccati ai nostri vestiti, ai nostri “effetti personali”, non li lasceremmo mai troppo volentieri. Ma come, noi ci stavamo già affezionando, lo abbiamo accolto, ci siamo occupati di lui, della sua salute, ci siamo preoccupati per lui! E lui ha scelto di non restare…?

Parto da questo episodio recente per dire di “Casa Betlemme”, il luogo che, all’interno del Progetto Betlemme di Caritas Como, abbiamo allestito nel Centro parrocchiale di Albate, nella Comunità pastorale di Albate Muggiò, ormai da tre anni, sollecitati dall’ex parroco, don Luigi Salvoldelli e ora sostenuti dal nuovo parroco, don Giovanni Corradini, nella memoria sempre viva del martire della carità, don Roberto Malgesini, cui la casa stessa è dedicata.

La terza edizione del Progetto è iniziata il 4 dicembre 2023 con l’accoglienza di 4 ospiti: Farax e Najib, somali di 30 e 26 anni, Gazmend/Toni di 55 anni e Sandro/Mac, italiano di 62 anni. Poi è arrivato anche Helmi, tunisino di 26 anni. A febbraio, quindi, dopo alcuni avvicendamenti, gli ospiti sono 2: Sandro, detto Mac, e Helmi.

La volontaria Aldina con l’ospite Helmi

In tre anni a “Casa Betlemme” si sono avvicendati già 15 senza dimora della nostra città; sono coinvolti nel progetto di accoglienza una quarantina di volontari (di età compresa tra i 19 e i 75 anni) e, passo dopo passo, il progetto è diventato parte di noi.  Ogni anno, da dicembre a marzo/aprile, si accolgono gli ospiti la sera, quando tornano infreddoliti da una giornata intera trascorsa lungo le strade della nostra città. Si condividono con loro sorrisi, fatiche, sguardi stanchi e dubbiosi, ricerche di lavoro mai esaudite, desideri di casa e di quiete domestica, così difficile da riconquistare. Al mattino seguente, dopo il sonno ristoratore, ci si ritrova per preparare la colazione a chi la chiede, un caffè fumante o una tazza di latte con il tè, che i ragazzi somali dello scorso anno bevevano in grande quantità, e poi, nuovamente per le vie o, solo per pochi fortunati, al lavoro.

Più spesso chi va al lavoro esce di casa all’alba, per poter prendere i primi mezzi del mattino e raggiungere località improbabili, dove alla fatica, tanta, corrisponderanno scarsi compensi o comunque mai abbastanza sicuri e congrui da permettere loro di riprogettare una stabilità, una casa, un luogo che non sia ancora una volta la strada.

Assieme a questi uomini che sono entrati, anche se per poco, nelle nostre vite, abbiamo camminato anche noi e, senza timore di sbagliarmi, credo di poter dire che siamo cresciuti, che stiamo imparando qualcosa che mai avremmo immaginato. Che, per esempio, i senza tetto sono come noi; che gli africani sono come noi; che, quando chiudono la porta della loro stanza, fanno una videochiamata a casa, per parlare con la mamma o con la moglie e salutare i loro bambini, esattamente come faremmo noi se fossimo lontano da casa. Che, quindi, una casa per loro c’è o per lo meno, c’è stata, e lì è il centro dei loro affetti, il polo attrattivo della loro attenzione. Se imparassimo a ripensare a queste cose, forse sentiremmo meno male, quando alcuni di loro non si fermano a parlare con noi la sera, o quando, come ha fatto Najib, scelgono di andare via e ci abbandonano senza una spiegazione.

Ho pensato in queste sere a quel versetto del Vangelo che ci ricorda come “là dove c’è il nostro tesoro, là è fisso il nostro cuore”, e voglio credere che così sia per il nostro amico Najib, che abbia lasciato persino i suoi abiti perché il suo cuore è fisso altrove, perché il suo tesoro è altrove e che i poveri sono prediletti da Dio perché, rispetto a noi, sono liberi e senza zavorre e riescono a vedere con occhi più puliti l’essenziale della vita».

Aldina, volontaria

Foto di gruppo di alcuni volontari impegnati nel Progetto Betlemme della Comunità pastorale di Albate Muggiò

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