Pubblicato il: 17/04/2024Categorie: La Caritas si racconta, StorieTag: ,

17 aprile 2024 – Sono Loretta Copes, originaria di Verceia, ma vivo a Prata Camportaccio dal lontano 1986.


L’inizio della mia esperienza di volontaria coincide con l’apertura della Casa dell’Accoglienza di Prata Camportaccio, fortemente voluta dal nostro carissimo don Anacleto Pegorari, che però è venuto a mancare prima della sua ultimazione, e che porta il suo nome.

Dopo una serie di incontri con i responsabili Caritas di zona ai fini di una preparazione di base, sono entrata a far parte di un nutrito gruppo di volontari che hanno il compito di seguire le famiglie ospiti della Casa dell’Accoglienza, dando loro supporto nelle piccole e grandi cose legate al loro inserimento nella nostra piccola comunità.
Cosa certamente non facile, perché le persone sono spesso frenate da pregiudizi o anche da semplice paura delle persone che arrivano da lontano.

Attualmente la Casa dell’Accoglienza ospita tre nuclei famigliari, dei quali uno molto numeroso e che richiede quindi maggior impegno.
Il dizionario della lingua italiana alla parola volontario spiega: “Il volontario è colui che presta la propria opera a favore di persone in difficoltà, naturalmente senza scopo di lucro”.
Secondo me, il volontario deve anche avere delle lacune grammaticali, ad esempio per lui il pronome personale “io” non deve esistere, ma solo tu, egli, voi, essi e qualche volta anche noi.
Scherzi a parte, poter aiutare qualcuno mi fa sentire utile, senza dimenticare mai che potevo essere io al loro posto.
In realtà, per essere volontari non occorrono grandi cose; a volte basta una parola, un saluto, un sorriso. L’ospite così si sente accolto.

Nel vangelo secondo Matteo, Gesù dice: “Tutto quello che avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”. E per piccolo si intende povero, esule, malato o semplicemente solo.
Questo mi fa pensare: e se fosse proprio Lui che mi si presenta sotto le mentite spoglie di un mendicante, di uno straniero o di un esule per mettermi alla prova?
Non posso e soprattutto non voglio deluderlo.
In fondo a me non costa niente, anzi mi arricchisce!
Ogni famiglia ospite ha come referenti due volontari; io non sono referente per nessuno di loro, al momento, però ogni domenica mattina, prima della Santa Messa, faccio visita alla famiglia ospite più numerosa ed è diventata una piacevole abitudine, per me e anche per loro, soprattutto per i due bambini più piccoli ai quali porto qualcosa di dolce e ricevo in cambio baci e abbracci.
Forse li vizio, ma non riesco a farne a meno e, credetemi, il sorriso di un bambino senegalese ti illumina l’intera giornata!
È certamente più facile aiutare le persone lontane, ma non così gratificante.

Gli incontri di preparazione mi hanno certamente sensibilizzata su diverse problematiche lontane dalla nostra realtà; mi hanno fatto capire che era importante provare e non mettersi in una posizione di rifiuto.
Lo scambio culturale che ne deriva serve, prima di tutto, per conoscere e poi comprendere.
La diversità è risultata una ricchezza.
La differenza tra me e loro è che io sono stata molto più fortunata di loro, certo non per mia scelta, ma neppure loro hanno potuto scegliere.

Tornando ai nostri compiti di volontari, dobbiamo aiutare le famiglie a rendersi indipendenti – fermo restando il nostro incondizionato appoggio – aiutandoli a trovare un’occupazione e possibilmente anche un alloggio, perché la loro permanenza nella Casa dell’Accoglienza ha ovviamente un limite.
Solitamente ci riuniamo ogni quindici/venti giorni per confrontarci e fare il punto delle varie situazioni.
Trovare un lavoro è abbastanza facile, ma trovare casa molto meno. Speriamo di riuscirci, prima o poi.

La nostra piccola comunità sta diventando multietnica, ma questo deve essere per noi motivo di grande orgoglio e soddisfazione.
Io sono sempre stata convinta che se ci aiutiamo l’un l’altro non ci sarà più nessuno che è solo, povero, affamato o emarginato.
Cominciamo con un cerchio piccolo e poi lo facciamo diventare sempre più grande.
La nostra è una piccola comunità, tutti si conoscono e si aiutano, nei limiti delle loro possibilità, e non ci manca niente.
Proviamo ad aiutare coloro che non sono nelle nostre condizioni e il senso della vita avrà un altro sapore e sarà sicuramente più dolce.
Pensare solo a sé stessi non porta da nessuna parte; aiutare le persone in difficoltà dovrebbe essere al centro dei pensieri di ognuno.

Sono una volontaria a chilometro zero, bastano pochi passi per arrivare alla Casa dell’Accoglienza, dove vieni sempre accolta con gioia.
Non so se sono una brava volontaria, perché forse “vizio” un po’ i bambini, ma è più forte di me.
E comunque sono solo all’inizio, posso migliorare! Consiglio a tutti di provare questa meravigliosa esperienza. “Ama il prossimo tuo come te stesso”: chi amore semina, amore raccoglie.

Loretta, volontaria

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