Pubblicato il: 05/07/2023Categorie: NewsTag: ,

Simone Digregorio è coordinatore del Centro di Ascolto di Como e referente Caritas diocesana – assieme a Loris Guzzi – dei quattordici Centri di Ascolto presenti nel territorio della diocesi di Como. A lui abbiamo chiesto di aiutarci a leggere i dati del rapporto sulla povertà di Caritas Italiana e di attualizzarli in relazione ai nostri territori.

Rispetto a quanto emerso nel lavoro di Caritas Italiana quali sono gli elementi in linea o in controtendenza?

«Personalmente mi meraviglia l’incremento del 12,5% degli assistiti rispetto al 2021. In realtà – se guardo ai dati dei CdA in Diocesi (vedi tabella, ndr) – non noto un incremento quanto, piuttosto, una lieve flessione: siamo passati dai 1210 casi del 2021 ai 1185 del 2022. Similitudini e punti di contatto ci sono, invece, rispetto alle tipologia di povertà che incontriamo quotidianamente nei nostri sportelli. Penso soprattutto al tema del lavoro povero: persone che lavorano, ma non ce la fanno ad arrivare a fine mese perché sono pagati poco, in confronto al costo della vita, o hanno contratti che prevedono periodi di non occupazione. Ne consegue una grande fragilità sul fronte abitativo: noi accogliamo quotidianamente famiglie che non hanno la sostenibilità per entrare nel libero mercato di affitto e che, in mancanza di sostegno da parte di familiari o amici, si trovano in gravi difficoltà».

Il tema di quelli che potremmo definire “lavoratori poveri” è presente sia in provincia di Como sia in quella di Sondrio?

«Se guardo alle relazioni sociali dell’ultimo anno il Centro di Ascolto che ne parla di più è quello di Sondrio, ma questo non mi stupisce. La Valtellina, così come il Lario e, in generale, le zone turistiche della nostra diocesi, hanno una percentuale di lavoratori stagionali alta e tra questi vi sono molte persone che, pur avendo un contratto di lavoro, non hanno uno stipendio che garantisce una sostenibilità economica alla famiglia. Emblematico è il caso di Livigno dove abbiamo persone, quasi sempre straniere, residenti nel territorio da anni e che qui hanno trasferito la famiglia. Se per tanti motivi queste persone, ormai radicate sul territorio, si trovano a perdere la casa, difficilmente avranno il modo di trovarne un’altra perché non hanno garanzie sufficienti per affacciarsi al mercato. Questo nelle zone turistiche è molto evidente (anche perché gli affitti sono più cari), ma è un tema che tocca tutti i territori della diocesi».

Come provate a far fronte a questa situazione?

«La prima strada che si prova a percorrere è quella delle case popolari, ma le disponibilità sono molto inferiori alla domanda. I bandi ci sono, ma non abbastanza rispetto alle liste d’attesa. Nel nostro piccolo proviamo ad intervenire ma non è sempre possibile. Una bella realtà – credo anche innovativa – è quella messa in atto dal CdA di Uggiate Trevano. Qui è stato creato un fondo per prevenire gli sfratti. L’idea è quella di intervenire prima che una situazione diventi conclamata, con un sostegno durante i mesi più deboli per il lavoro (ad esempio quando si è in attesa dell’attivazione della disoccupazione o al suo termine). Questo permette di prevenire il rischio di morosità e, di conseguenza, non fa partire l’iter che potrebbe portare ad uno sfratto. La considerazione alla base di questo  intervento è semplice: agire in questa forma, alla fine, costa meno rispetto al dover sostenere il peso (non solo economico, ma anche psicologico) di uno sfratto e la successiva ricerca di un nuovo alloggio. Processo che, come detto, è molto difficile».

Questa fragilità abitativa vale sia per gli italiani che per gli stranieri?

«Dalla nostra osservazione posso dire che vale soprattutto per gli stranieri ed, in particolare, per la famiglie con i bambini. La sensazione è che ci sia una mancanza di fiducia nei confronti di questi nuclei famigliari che vengono di fatto tagliati fuori dal mercato. Spesso le agenzie immobiliari ci dicono: fate voi il contratto come Caritas e poi mettete dentro chi volete. Ma non è una policy sostenibile né per noi, né per l’ente pubblico».

Quali vie d’uscita da questa situazione?

«Come coordinamento ci diciamo sempre: ricordiamoci che all’interno di questi tentativi di aiuto c’è la famiglia in difficoltà, ma c’è anche un proprietario che ha le sue esigenze e c’è un ente pubblico a cui bisogna ricordare che ha un ruolo e che deve intervenire. Il grosso interrogativo che mi resta è perché continuare a promuovere aiuti – penso ad esempio ai bonus per l’affitto – invece che provare ad intervenire sulle cause alzando i livelli di retribuzione e abbassando, dove possibile, i costi di locazione. Forse sono meccanismi di mercato su cui anche lo Stato fatica ad intervenire, ma non vedo alternative».

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