24 novembre 2023 – «È stata un’esperienza molto positiva, che ci ha permesso di conoscere una bella realtà di servizio per il prossimo e di fare un personale percorso di crescita umana che sicuramente ricorderemo nel tempo. E perché no?… alcuni di noi lo ripeteranno in futuro, anche a livello personale». Rispondono così, all’unisono, Giulia e Alberto, protagonisti con altri 9 giovani dell’esperienza di ritiro a Casa Nazareth e di volontariato alla mensa di solidarietà avvenuta nello scorso mese di ottobre.

Don Alberto Fasola, assieme a Giulia e ad Alberto, dopo averci raccontato la loro bella testimonianza nella sede della Caritas di Como

«È stata una settimana davvero speciale, vissuta con intensità e condivisione – afferma Giulia, studentessa universitaria al secondo anno di Fisica e appartenente alla parrocchia di Brunate – Il nostro parroco, don Alberto Fasola, che con entusiasmo vive già la sua esperienza in Caritas, ci ha letteralmente trascinato in questa “avventura” e gli siamo grati, anche perché ha saputo cogliere e concretizzare una nostra esigenza di fare volontariato, che alcuni hanno già sperimentato in passato e che altri volevano fare per la prima volta. Mi piace ricordare tutti nomi degli altri ragazzi di Brunate: Nicolò, Cristina, Valerio, Stefano, Riccardo, Alessandra, Giorgia, Andrea e Daichi. Alberto, invece, si è aggregato, ma fa parte della parrocchia di Sant’Agata».

«La proposta è giunta dai ragazzi – precisa don Alberto – In parrocchia ci sono due gruppi (uno di adolescenti e uno di più grandi) che in questi anni stanno crescendo insieme, in un cammino di amicizia e di catechesi. Chi ha partecipato alla settimana a Casa Nazareth aveva un’età dai 18 ai 30 anni, tutti studenti, un lavoratore e un lavoratore/studente. Abbiamo più volte parlato di questa opportunità e in poco tempo tutto si è concretizzato… quasi in modo naturale».

Nella foto sopra e in basso, alcuni momenti vissuti dai ragazzi alla mensa di solidarietà di Casa Nazareth

«Siamo arrivati il 22 ottobre sera – ricorda Alberto, laureando in Giurisprudenza – Dopo l’accoglienza e la cena condivisa, abbiamo fatto ordine nelle camere e subito abbiamo messo a fuoco le regole, gli orari e alcuni particolari della comune convivenza, per esempio come organizzare la spesa. Lo spazio era tanto, la cucina in comune per organizzare la colazione… tutto è filato liscio. Le nostre giornate iniziavano più o meno alle 6.30 con una breve preghiera e con la lettura di un brano di Vangelo, che ci avrebbe guidato nel corso della giornata e nella riflessione finale alla sera. Poi ognuno di noi a scuola, o al lavoro, oppure chi restava a Casa Nazareth a studiare. Ogni giorno era organizzato il servizio in mensa: due turni, uno a pranzo e uno a cena, eravamo divisi in gruppetti e i componenti si alternavano di giorno in giorno. Ovviamente ci affiancavamo ai volontari che quotidianamente fanno servizio in mensa. Avevamo più mansioni: chi stava in cucina ad asciugare i piatti, chi a servire, chi a sparecchiare…».

Avvenivano momenti di condivisione con gli ospiti?

«Io spesso distribuivo il cibo – dice Giulia – quindi avevo più occasioni di dialogo con gli ospiti: un saluto, due chiacchiere su come era andata la giornata, c’è chi parlava di più, altri erano più riservati».

«Spesso ho lavorato in sala – interviene Alberto – Quindi ho avuto più occasioni di scambiare due parole con gli ospiti. È stato molto istruttivo. Ho incontrato persone di tutti i tipi, alcune erano espansive, altre taciturne. Spesso le vedevi riconoscenti, direi quasi lusingate per il fatto che tu eri lì a servirle. Qualche volta, invece, incrociavi volti affaticati, persone un po’ incattivite dalla vita e, a volte, la relazione diventava un po’ più complicata. Ma devo dire che quasi sempre l’incontro era positivo e ciò mi riempiva di gioia… di riconoscenza».

«Sicuramente abbiamo imparato a non giudicare le persone dall’apparenza – sottolinea Giulia – dal vestito che porta, dal colore della pelle, dall’esperienza di vita… insomma da tutti gli stereotipi che abbiamo in mente e che si devono superare quando incontri l’altro e vuoi condividere con lui un pezzettino del tuo cammino».

«Questa esperienza – riflette Alberto – mi ha insegnato a non dare nulla per scontato. Molto spesso ci lasciamo abbagliare dalle nostre idee preconcette, pensiamo di sapere tutto di ognuno… ecco questo bisogna imparare a superare per crescere a livello umano e personale. Poi ho imparato che quando ci si mette al servizio degli altri, e siamo in una posizione di “vantaggio”, non bisogna mai perdere la possibilità di dire “grazie”. Quando gli ospiti mi davano il vassoio, o si scambiava due parole, o quando passavo tra i tavoli a ritirare le brocche, mi veniva spontaneo dire “grazie” e loro restavano quasi stupiti. Mi sono sentito dire: «Come, tu dici “grazie” a me? Semmai sono io che devo ringraziare te!». Tutto ciò mi trasmetteva un po’ di bene, allietava l’aria… sentimenti che mi sono rimasti dentro».

Quali momenti di verifica e di confronto sul vostro vissuto quotidiano?

«Tra noi i momenti di condivisione erano dopo cena – dice Giulia – Anche don Alberto ci aiutava: si partiva dal Vangelo del giorno letto alla mattina, facevamo una riflessione sulla Parola in relazione soprattutto a come era andata la giornata e si affrontavamo dubbi, perplessità, ma anche il positivo che accadeva a ognuno di noi. Proprio l’ultimo giorno è emersa una bella consapevolezza comune: è possibile inserire questa esperienza di volontariato nella tua vita, anche non vivendo a Casa Nazareth. Questa esperienza di volontariato alla mensa non ti porta via troppo tempo, potrebbe essere ripetuta da ognuno di noi nonostante gli impegni di studio o di lavoro, magari anche in un altro servizio della Caritas».

«Certamente – conferma Alberto – A me piacerebbe proprio riprovare alla mensa di Casa Nazareth. È un luogo accogliente, direi famigliare. Inoltre, sono rimasto stupito dal livello di organizzazione del servizio. Operatori e volontari sono molto precisi, ci tengono a far sentire l’ospite a suo agio, sono minuziosi e attenti a preparare le pietanze e a organizzare il servizio. È una cosa che ho notato anche perché ho fatto altre esperienze in passato ed è stato inevitabile fare il confronto. C’è una grande attenzione verso gli ospiti anche da parte dei volontari, in ogni situazione… da quella bella a quella più difficile».

«Proprio gli stessi volontari – interviene don Alberto – hanno prestato grande attenzione nei confronti di questi ragazzi, dando la possibilità di fare esperienza ogni giorno sulle cose da fare, ma soprattutto lasciando spazio alle relazioni e alla crescita umana. Questa esperienza, inoltre, è servita a organizzare meglio il loro tempo durante la giornata. Direi, infine, che si sono rinforzate anche la loro amicizia, la capacità di stare insieme, la voglia di conoscersi meglio… anche facendo in gruppo  vecchi giochi di ruolo alla sera, lasciando perdere una volta tanto tivu e cellulare».

Avete raccontato ad amici questo vostro percorso di volontariato?

«Sì certo, a tutti i miei amici, anche ai vecchi compagni di liceo – evidenzia Alberto – In generale quando li incontro all’oratorio di Sant’Agata o di Brunate sono molto interessati a sapere e capire come sono queste esperienze di volontariato o comunitarie. C’è attenzione verso queste tematiche anche tra chi non è cattolico e non necessariamente facente parte di un gruppo parrocchiale».

«Nel nostro gruppo – ricorda Giulia – ci sono persone non credenti e hanno fatto questa esperienza come servizio al prossimo, vivendola allo stesso modo di chi invece ha fede ed è praticante. Queste persone comunque condividevano anche il momento di preghiera al mattino e alla sera e ciò è molto bello. Lo stesso Vangelo scelto andava bene a credenti e a non credenti. Io dico sempre che l’importante è diventare belle persone, a prescindere dalla fede».

«Parlando di Casa Nazareth – ribadisce Alberto – mi colpisce il fatto che trovo curiosità e attenzione soprattutto in persone che hanno l’esigenza di vedere una Chiesa impegnata attivamente, che sa coinvolgere perché attenta ai più bisognosi, “in uscita” come dice Papa Francesco. E, di conseguenza, sono anche loro disposti a mettersi in gioco, a donare e a donarsi».

Questa esperienza è stata condivisa anche con le vostre famiglie?

«Ho colto molto interesse nei miei – afferma Giulia – una curiosità che avvertivo ogni giorno quando ci parlavamo al telefono, come se volessero capire il modo migliore per fare anche loro questa esperienza. Anche mio fratello più piccolo mi faceva tante domande».

«Prima di iniziare la convivenza a Casa Nazareth – dice Alberto – ho parlato con i miei genitori e ho visto perplessità nei loro volti, perché pensavano fosse una realtà difficile per noi ragazzi. Poi l’apprensione si è trasformata in condivisione quando raccontavo le mie giornate. A Sant’Agata si parla della mensa di solidarietà, ma è ancora una realtà poco conosciuta, pur essendo a poca distanza dalla chiesa. Adesso che ci penso, anche i miei potrebbero mettersi in gioco… perché no?».

«Tra l’altro – conclude don Alberto – sia a Sant’Agata sia a Brunate è attivo il Progetto Betlemme, l’accoglienza notturna per i senza dimora nel periodo invernale. Giulia ha già fatto questa esperienza con il papà e il fratello l’anno scorso. Proprio in questo periodo ripartirà il progetto ed è sua intenzione dare ancora la sua disponibilità con più coraggio, meno timorosa, più consapevole e forse anche più in autonomia, magari condividendo il cammino con altri ragazzi dell’oratorio».

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