
La Caritas diocesana di Como ha predisposto il programma degli eventi promossi nei prossimi mesi. Un itinerario che accompagnerà, in questa prima parte dell’anno pastorale, volontari, operatori e chiunque volesse avvicinarsi al mondo della carità attraverso alcuni appuntamenti chiave: il convegno annuale, la Giornata mondiale dei poveri (quest’anno arricchita dal Giubileo Caritas), il tempo di Avvento.
Ne abbiamo parlato con il direttore Rossano Breda.
Direttore, rispetto al passato ci sembra di cogliere la volontà, a partire proprio da questa locandina unitaria, di strutturare maggiormente la proposta formativa e pastorale della Caritas. È corretto?
«Alla nuova équipe Caritas ho chiesto proprio questo: cominciare a programmare in anticipo, già a gennaio, gli appuntamenti dell’anno successivo. Penso, per esempio, a un calendario stabile di tappe consolidate — il convegno, due giornate formative per i volontari, la Giornata mondiale dei poveri — a cui si aggiungono altri momenti di riflessione (Caritas e sinodalità, Caritas e ministerialità, Caritas e partecipazione…). Così, a fine estate, si sa già che da settembre a giugno ci saranno alcuni appuntamenti fissi. Non dobbiamo reinventare tutto ogni anno. Questo dà continuità e facilita la programmazione. Per quanto riguarda quest’anno, partendo dagli orientamenti pastorali offerti dal Vescovo Oscar alla Diocesi e all’anno giubilare in corso abbiamo provato a strutturare un percorso che ponesse al centro il tema della sinodalità».

Quali priorità guidano questo percorso?
«Al termine del cammino Caritas dell’anno scorso erano emerse alcune indicazioni: il protagonismo dei volontari, il protagonismo degli ospiti e un’attenzione particolare ai giovani. Da qui nasce ad esempio l’idea della settimana giubilare: un’occasione per celebrare il Giubileo insieme a volontari e operatori, con la Messa del 16 novembre, ma anche per aprirci ai territori, farci conoscere nei nostri servizi e coinvolgere il mondo giovanile, in particolare le scuole, per creare collaborazioni e progettualità future».
Parliamo del convegno di ottobre: qual è il suo obiettivo e come avete scelto i relatori?
«Il convegno diocesano vuole essere un momento di riflessione e formazione. Quest’anno sarà guidato da don Paolo Selmi, co-direttore di Caritas ambrosiana e, a lungo, direttore della Casa della Carità di Milano. Il tema della sinodalità lo ispira da molto tempo: è un sacerdote che crede fortemente nel percorso giubilare e sinodale».
Iscriviti al Convegno del 25 ottobre a Delebio

A chi si rivolge concretamente il convegno?
«È pensato come un momento di riflessione e di “pit stop” diversamente dall’anno scorso in cui si era puntato più sulla condivisione tra i partecipanti: inizieremo come sempre dall’ascolto della Parola, a cui seguirà il contributo di don Selmi a cui potremo reagire. Vi sarà poi spazio per alcune testimonianze. È una sorta di convegno formativo che parte dalla concretezza delle esperienze: chi partecipa ascolta, porta a casa alcune indicazioni e vive anche un momento di fraternità e convivialità».
Veniamo al Giubileo Caritas e, in particolare, alla novità della “settimana giubilare”: come nasce e che significato ha?
«Il Giubileo, facendo riferimento a quello biblico, è un momento di ristabilimento della giustizia. Per questo abbiamo pensato alla settimana giubilare: non solo per celebrare il Giubileo con la Messa e l’indulgenza, ma per promuovere una settimana di sensibilizzazione sui nostri servizi.
In quei giorni chiunque – scuole, parrocchie, associazioni – può venire a conoscerci. È una settimana “di attivazione”, che vuole far sì che il Giubileo non sia solo un momento celebrativo, ma rilanci la sensibilità alla solidarietà, l’attenzione all’altro e ai temi della giustizia e del debito. E qui ritorna il protagonismo dei volontari e degli ospiti. È bello quando sono loro stessi a raccontare: un ospite del dormitorio, uno di Porta Aperta, uno del Centro di accoglienza… sarebbero già grandi risultati. Queste attenzioni non finiscono con l’evento, ma attivano processi che continuano nel tempo.

In che modo questo percorso sperate possa intercettare i territori e le comunità locali?
«È una sfida. Il rischio è di diventare “l’ennesima proposta” che non riesce a coinvolgere davvero le comunità. Le nostre parrocchie, oggi, fanno fatica a partecipare, anche a iniziative valide. Lo abbiamo visto in alcuni eventi recenti: la partecipazione è spesso scarsa, ma non per mancanza di interesse sui temi, quanto per fatiche strutturali delle comunità. Durante l’incontro con i vicari e i referenti Caritas è emerso proprio questo: non esistendo una pastorale integrata, ognuno propone molto, ma in modo scollegato. Eppure, nei due incontri di quest’anno (uno a maggio e uno a ottobre), abbiamo visto anche un forte desiderio di scambiarsi esperienze e creare rete. Certo, c’è fatica a trovare persone disponibili, ma c’è anche voglia di ascoltare, di conoscersi, di collaborare. E questo è un segno di speranza».
Viviamo in un periodo difficile, segnato da guerre e tensioni. Come si collega il cammino Caritas di quest’anno, con il Giubileo della speranza, a questa realtà globale?
«Viviamo un tempo complesso, ma il nostro compito è fare bene le cose qui, oggi. La pace si costruisce nei piccoli gesti quotidiani, soprattutto nell’attenzione a chi è ai margini. È innegabile che il prezzo più alto delle guerre lo paghino sempre gli ultimi, le popolazioni civili, i “rifiutati” di cui parla Papa Francesco. Se chiedessimo ai nostri ospiti se vogliono la guerra, ovviamente direbbero di no. Il nostro modo di costruire la pace è essere Caritas attiva ogni giorno: nell’accoglienza, nell’integrazione, nel protagonismo dei nostri amici che si rivolgono ai nostri servizi. E, dove possibile, sostenere anche iniziative di solidarietà concreta, come la colletta per Gaza o i progetti di pace ai confini del mondo. Prima di tutto, però, dobbiamo essere testimoni di pace nella quotidianità del nostro servizio».
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