Pubblicato il: 15/04/2025Categorie: Editoriali, News

15 aprile 2025 – Stiamo vivendo liturgicamente e teologicamente un tempo davvero intenso.
Tempo di Quaresima che nella proposta della nostra Chiesa è tempo di preghiera, digiuno, carità.
A tale proposito ognuno si organizza e programma le modalità più consone al proprio stato per viverle nel miglior modo possibile.

Allo stesso tempo è un momento straordinario di grazia rispetto al percorso del Giubileo che ci ricorda che la speranza cristiana è generativa e favorevole ai processi di giustizia, impegno concreto, servizio agli ultimi. Il suono del “Jobel” ci rimanda al cammino di fede e di vita che ripristini la dignità perduta, soprattutto di chi sta al margine (remissione del debito, per esempio).

Siamo nella piena fase profetica del Sinodo nazionale che chiama tutti i battezzati al protagonismo, alla partecipazione, alla corresponsabilità. Ovvero a camminare insieme verso la realizzazione del bene comune.

Ovvero è il “kairòs” opportuno per promuovere in noi stessi, prima di “togliere la pagliuzza dall’occhio del vicino”, un processo di vera conversione che rimetta ordine alle priorità nelle relazioni, nelle scelte quotidiane, negli stili di vita.

Questo squarcio di storia, come di per sé gli altri che lo hanno preceduto, è contrassegnato da molte contraddizioni. Molti stanno perdendo la possibilità di vedere rispettati i propri diritti: lavoro e reddito giusto; abitazione dignitosa; accesso al welfare nei tempi e modi dovuti dalla Costituzione; società più pacifiche e inclusive; rispetto della casa comune e dell’ambiente. Ovvero, sembra che il nostro presente stia generando sempre più un futuro incerto e pieno di paure. Forse come lo era al tempo di Gesù di Nazareth, in piena dominazione romana, quando a fronte delle perplessità dei suoi discepoli di fronte alle dichiarazioni che esplicitavano l’inevitabile fine drammatica del suo percorso, rimandava al fatto che l’implementazione del Regno era soggetta a persecuzione e potenziale morte. Sottolineando altresì, che le conseguenze erano frutto delle azioni degli uomini. Ma che tali conseguenze non erano definitive, perché il Figlio dell’Uomo avrebbe vinto la morte.
E Resurrezione fu. Ricordandoci che il Risorto avrebbe soffiato lo spirito della pace sui suoi nascosti “per timore dei Giudei”.

Allora vivere questo tempo di preghiera, digiuni, carità, può essere occasione per rilanciare le nostre azioni (sperando che i dazi non le deprezzino troppo…) per costruire pace, giustizia, relazioni di prossimità, processi di riconciliazione per tentare di cambiare la narrazione che stiamo vivendo uno dei momenti più bui della storia. O che comunque possiamo ripartire dall’ordinario per aprirci allo straordinario, quando la notte di Pasqua contempleremo il sepolcro vuoto.

Eh sì, come cristiani dobbiamo riconoscere che dentro l’attuale narrazione c’è un’altra storia, quella della fedeltà di Dio per generazione e generazione, fedeltà all’Alleanza stipulata con Abramo e con i profeti. Che va oltre l’immanente e rimanda alla dimensione profetica della speranza, che si basa sul fatto che qui ed ora possiamo scegliere da che parte stare.
La Caritas sta ancora una volta dalla parte degli ultimi, dei dimenticati, degli “scarti” provocati dal sistema. Tentando di suscitare con loro percorsi di rinascita che promuovano la cultura dell’I care!
È tempo di attesa, di attraversamento del deserto, della prova quotidiana. Ma anche della speranza mai delusa di un Dio che si carica le sofferenze del suo popolo per generare liberazione, giustizia, dignità.
E resurrezione sia!

Rossano Breda, direttore della Caritas diocesana di Como

Condividi questo articolo

Continua a leggere

Articoli correlati