
Quale equilibro tra ascolto e aiuto? E quale relazione tra Centri e Punti di Ascolto presenti in Diocesi di Como e la Chiesa locale? Sono queste le domande attorno a cui si svilupperanno i lavori dell’incontro promosso dalla Caritas diocesana di Como il prossimo 24 maggio all’oratorio di Colico. Un’intera giornata – dalle 9.30 alle 16.30 – in cui provare a mettersi in gioco per condividere esperienze a partire dal commento biblico di don Sergio Tettamanti e dalla relazione di Grazia Pradella, responsabile di Siloe – Servizi Integrati Lavoro Orientamento Educazione – di Caritas Ambrosiana. Abbiamo chiesto a Simone Digregorio, direttore della Fondazione Caritas Solidarietà e Servizio Onlus e referente (insieme a Loris Guzzi) dei Centri di Ascolto diocesani, di presentarci questo incontro.
Simone Digregorio, come nasce questo appuntamento?
«Periodicamente con i 14 Centri di Ascolto presenti in Diocesi ci troviamo per alcuni momenti di coordinamento e formazione proprio a Colico. Quello che vorremmo fare il 24 maggio è ampliare la base dei partecipanti – invitando non solo i coordinatori ma tutti i volontari dei Cda – e coinvolgendo anche i Punti di Ascolto nati nelle parrocchie».
Con quale obiettivi?
«Abbiamo scelto di confrontarci su alcuni aspetti che riteniamo centrali sia per i Cda sia per i PdA. Il primo è l’equilibrio tra l’ascolto e l’aiuto. Grazia Pradella di Caritas Ambrosiana condividerà con noi strumenti e riflessioni su come accompagnare le famiglie in difficoltà, evitando che l’intervento si limiti alla consegna di un bene o a un contributo economico. Capita spesso che una persona si rivolga a un Centro di Ascolto solo per chiedere un aiuto materiale, ma i nostri Centri non sono nati per distribuire pacchi o pagare bollette; anche dove questo accade deve essere sempre nell’ottica di entrare in una relazione. Quindi come mezzo non come fine».
L’incontro è rivolto anche ai Punti di Ascolto. Di cosa si tratta e cosa hanno di diverso rispetto ai Centro di Ascolto?
«La differenza sta nella loro genesi. I Centri di Ascolto sono nati su proposta della Caritas diocesana – che ha raccolto l’invito di Caritas italiana – in un preciso periodo storico, a partire dagli anni Novanta, per radicare la presenza Caritas nei territori. I Punti di Ascolto, invece, sono nati dal basso su impulso delle comunità locali e delle Caritas parrocchiali, soprattutto a partire dal 2010. Sono esperienze preziose, radicate nel territorio, che però raramente si collegano ad altri servizi o condividono strumenti e modalità di lavoro. Una delle sfide che ci poniamo con questo incontro è proprio questa: come intercettare questi spazi di ascolto e come accompagnarli valorizzandoli e riconoscendone la dignità. Ci tengo a sottolineare come questa sia un’esigenza che non caliamo dall’alto, ma che c’è stata espressa durante l’ultimo anno da alcuni di questi PdA che si sono rivolti a noi chiedendoci momenti di formazione».
Sappiamo che i Cda sono 14 in Diocesi. Quanti invece i Punti di Ascolto?
«Al momento ne stimiamo poco più di una ventina, ma non abbiamo ancora una mappatura completa e questo la dice lunga sul cammino che abbiamo ancora da fare. Ci piacerebbe creare delle reti locali, dove il Centro di Ascolto territoriale possa mettersi in contatto con i PdA che conosce, creando occasioni di confronto e offrendo strumenti condivisi. Non vogliamo omologare tutto, ma valorizzare le differenze e le risorse specifiche di ciascuno. Serve però una regia e serve qualcuno che faccia circolare le esperienze. Qui entra in gioco la seconda domanda alla base dell’incontro: quale rapporto tra questi spazi e la Chiesa? Perché dobbiamo sempre ricordare che non stiamo parlando di servizi socio-assistenziali, ma di realtà che sono espressione della comunità cristiana».
Guardando alla realtà diocesana quali sono oggi le principali povertà incontrate sui territori?
«Le due principali sono l’emergenza abitativa e il lavoro povero. Chi perde la casa fa sempre più fatica a trovarne una nuova. Ci sono famiglie che, pur avendo un lavoro, non riescono a trovare una sistemazione stabile. Il Fondo Schuster della diocesi di Milano in questo senso è un esempio interessante: interviene prima che si arrivi allo sfratto, se ci sono le condizioni per costruire un progetto di stabilità. Anche il lavoro povero è un problema crescente, soprattutto nei territori a vocazione turistica. Là dove l’imprenditore è attento alla persona è possibile costruire percorsi, magari anche trovando una soluzione abitativa. Ma non sempre accade. E la rete, in questi casi, è fondamentale».
articolo tratto da il Settimanale della Diocesi di Como

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