
06 ottobre 2026 – Pubblichiamo la testimonianza integrale di Susanna Malinverno, assistente sociale del Dormitorio Comunale di Como, recentemente pubblicata sulla rivista “Storie di Caritas” numero 8.
Una storia che vi invitiamo a leggere per l’intensità con cui Susanna racconta la sua esperienza: dalla parte delle persone che vivono la grave marginalità e trovano un riparo notturno in dormitorio. Un luogo dove si cerca di costruire relazioni prima ancora di offrire un posto letto oltre che nuove opportunità per ripartire. Susanna racconta quali sono le dinamiche dietro alla vita in strada provando anche a capire cosa abita quegli zaini così pesanti che portano le persone senza dimora.
“Forestiero” è chi ha perso la propria strada. Molti ospiti del dormitorio hanno visto incrinarsi legami familiari che dovevano essere un punto fermo. Da quelle ferite sono scivolati spesso in dipendenze da alcol, da sostanze o semplicemente da relazioni che facevano più male che bene. Il compito degli operatori non è tracciare la via al loro posto. La vita è delle persone: chi sono io per dire cosa deve fare? È piuttosto offrire strumenti, quelli imparati studiando, ma soprattutto sul campo, perché ognuno ritrovi la propria strada.
Cosa significa “vestire chi è nudo“? Vuol dire soprattutto ridare voce alle persone. Vediamo tutti chi vive in strada, in ogni città, ma un conto è vedere, un altro è riconoscere. Vestire è restituire voce a chi resta invisibile: accogliere dolori e traumi, aiutare a ricomporre con un racconto più lineare una storia che spesso arriva frammentata. Significa anche accendere l’attenzione su queste situazioni. Durante gli eventi di sensibilizzazione e di promozione mi impressiona il fatto che arrivino le scuole ma pochi cittadini che abitano il quartiere. Non si è arrivati ancora al punto in cui c’è un interesse tale da innescare il desiderio di uscire e conoscere meglio realtà come i servizi Caritas. Dietro l’indifferenza c’è spesso l’idea sbagliata che finire per strada sia solo colpa del singolo. Le responsabilità personali esistono, ma pesano in proporzioni molto diverse da persona a persona e si sommano sempre a fattori esterni che nessuno considera, mentre il giudizio ricade tutto su chi quella situazione la vive.
È nelle storie concrete che questo lavoro prende corpo. Una persona, al primo colloquio, si presentò quasi mettendo le mani avanti: “Potete accogliermi? Se non potete andrò a rubare.” Sono passati sei o sette mesi. All’inizio arrivava, salutava appena, chiedeva un caffè. Oggi, quando gli viene offerto, risponde con una battuta. Non è un cambiamento che si vede da un rendiconto eppure per chi lavora in un dormitorio ogni giorno, ti aiuta a capire quanto la relazione sia faticosa e quanto serva starci dietro, curarla, essere capaci di riconoscere i piccoli passi, piccoli cambiamenti, anche quando dall’esterno sembrano immobili. Questo è il lavoro che con i miei colleghi Claudia e Samuele facciamo: rispondere a un bisogno immediato come può essere un posto dove stare durante la notte ma l’accoglienza Caritas non si ferma a questo. Per le persone è importante sperimentare che nonostante tutto tu sei lì, tutti i giorni. Questo per coloro che vivono in strada è significativo: sapere che tu, comunque, ci sei lo stesso.

C’è poi la storia di un altro ospite, che poco tempo fa, dopo un lungo periodo in dormitorio, ha iniziato a lavorare e quindi doveva lasciare la struttura. In realtà gli abbiamo dato parecchio tempo per organizzarsi perché come capita spesso la maggior parte dello stipendio finisce in rimesse. A un certo punto ha deciso di lasciare in autonomia il dormitorio anche un po’ arrabbiato nei confronti del sistema.
Prima di andarsene, però, ha ringraziato per l’aiuto, ma soprattutto per essere stato ascoltato, abbracciandomi. Mi è rimasto un po’ di dispiacere pensando che si sarebbe potuto fare di più. D’altra parte, mi dico “abbiamo lasciato un segno nella vita di questa persona, spero positivo”. Spesso gli ospiti possono darti degli spunti e può essere un modo per ragionare su cosa si può cambiare. L’altra persona vede un aspetto che tu in quel momento non hai considerato e questo può portare a nuove possibilità di cambiamento perché non soltanto i professionisti agiscono in questo senso: deve esserci reciprocità.
Sul cambiamento non mi illudo: realisticamente non credo che la povertà scomparirà e le persone senza dimora non ci saranno più, anzi vediamo che la situazione si aggrava anno dopo anno insieme al contesto socioeconomico. So però che ci saranno sempre persone che vogliono stare a fianco di coloro che vengono definitivi gli ultimi e gli emarginati. Il cambiamento si misura nella consapevolezza che si riesce a costruire nella cittadinanza e nelle istituzioni. Un grande compito della Caritas è far conoscere le vite di queste persone all’esterno, anche in un ambito più politico. Questo lo facciamo ad esempio con i report sulla povertà. Possiamo essere d’accordo o meno sulle politiche sociali purché siano basate su dati reali e costruite attraverso lo sguardo di chi vive questa realtà ogni giorno.
A chi mi chiede cosa mi spinga a fare questo lavoro racconto spesso che ho iniziato un percorso di studi in Fisica, poi lasciato: cercavo qualcosa che potesse essere utile alle persone, in modo più concreto. Sono arrivata in Caritas quasi per caso, grazie a una compagna di università. Tre anni dopo, quello che mi tiene qui sono l’équipe di colleghi e volontari ma soprattutto la condivisione dei valori. Casa Nazareth lo rappresenta bene: non è semplicemente un luogo dove si dà da mangiare perché questo potrebbe farlo chiunque. Il vero compito è restituire una dignità che la strada toglie ogni giorno.
Questo lavoro non lo si fa da soli. Non è produttivo farlo in solitudine, non è generativo. È il confronto tra operatori, con i volontari, con altre realtà del territorio, a moltiplicare i punti di vista su ogni situazione ed è lavorare in rete, insieme, a tenere viva la speranza di un cambiamento reale.
Susanna Malinverno, assistente sociale del Dormitorio Comunale di Como
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