
10 gennaio 2026 – Angela Sulpizio, Ordo Virginum della Diocesi di Como e volontaria al carcere cittadino del Bassone, racconta la sua esperienza relazionale con i detenuti e la bellezza di costruire nel tempo amicizie autentiche, entrando in punta di piedi nella vita delle persone, cogliendo le reali difficoltà, magari inespresse, e offrendo un aiuto concreto.
Riportiamo qui la testimonianza integrale di Angela, pubblicata nel numero di dicembre 2025 della rivista cartacea “Storie di Caritas” della Caritas diocesana di Como.
Se dovessi rispondere a un’intervista, o se qualcuno mi chiedesse di definire con qualche aggettivo l’esperienza che sto vivendo in carcere, non esiterei a rispondere gioia, bellezza di incontri veri, relazioni d’amicizia profonde costruite nel tempo.
Il Signore ti sorprende nei suoi misteriosi disegni, per cui da neofita nel mio servizio al Bassone di Como, ho conosciuto quello che definivano il “peggiore” dei detenuti. Lo incontrai la prima volta nel gruppo di Lettura del Vangelo, che teniamo al venerdì pomeriggio. Sempre presente, disponibile verso gli altri compagni del gruppo, preparato nel dare ragione della propria fede, da subito ne rimasi ammirata, una conversione davvero coi fiocchi, col tempo insieme preparavamo gli incontri, i colloqui erano occasioni per confrontarci, scambiarci opinioni ed esperienze. Più avanti il mio interesse si fece più concreto e insieme pensammo a come uscire dalla sua situazione ormai a fine pena, e cominciare a pensare a un prossimo reintegro in società.
Dopo un breve passaggio in una comunità, dove l’ho visto impegnarsi nel lavoro, costruire buone relazioni con le diverse presenze della casa, il suo tempo libero veniva offerto tra testimonianze nelle parrocchie della nostra diocesi (anche fino a Livigno), nelle scuole della città e perfino partecipando per due anni assieme a me alle trasmissioni di Radio Mater, occasioni privilegiate per informare l’opinione pubblica.
Allo stesso tempo non sono mancate le difficoltà, riuscire ad avere una casa in affitto, un datore di lavoro che avesse fiducia nell’accogliere un ex detenuto, uno stipendio adeguato alle esigenze di vita odierne, superare la burocrazia di uno Stato che esige l’immediato rimborso del soggiorno in carcere, ma che ti fa aspettare mesi e mesi per il rinnovo di un permesso di soggiorno. Fa parte dell’ordinarietà della vita di molte persone? Va bene!

Ma quest’anno ho potuto condividere qualcosa di straordinario, come dire la ciliegina sulla torta dopo tante fatiche affrontate nella sua vita, cioè partecipando al suo matrimonio come “testimone”. Nel significato proprio di questa parola, posso dire di avere “diretta conoscenza” del cuore pulito di questa persona, della bellezza e profondità della sua fede, della tenacia e resistenza con cui si fa tutto a tutti, senza mai negarsi a una richiesta o ad un bisogno.
Un giorno lo rimproverai, notando in volto la sua stanchezza, di dedicarsi un po’ di riposo, mi rispose: “D’ora in avanti voglio fare solo del bene!”
Ho raccontato una storia ordinaria, tra le tante che potrei raccontare, certamente per me la più bella e significativa. In questi giorni un detenuto mi ha detto: ogni volta che ti incontro sembri sempre più giovane, qual è il tuo segreto? Risposta: Venire in carcere, qui trovo bellezza nelle persone che incontro e significato profondo della mia vocazione.
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