
16 aprile 2026 – Pubblichiamo la bella e toccante riflessione/testimonianza di Anna Merlo, operatrice a Porta Aperta e referente dell’area internazionale della Caritas diocesana di Como, recentemente pubblicata sul numero di aprile 2026 della rivista cartacea “Storie di Caritas”.
Vivo in Caritas da 26 anni e ci lavoro da 21. Inutile dire che è la mia seconda famiglia, la mia seconda casa. Passo più tempo al lavoro che tra le mura domestiche e quando torno a casa (quella ufficiale) è naturale raccontare aneddoti dei più disparati su cosa sia successo a “Porta Aperta”.
Spesso mi lamento, lo confesso. Sono stanca, frustrata, affaticata dalle continue richieste, emergenze, dagli imprevisti, dagli ostacoli, da tutta questa povertà che non ci dovrebbe mai far dormire sonni tranquilli, mai.
Che dovrebbe indignarci, accenderci, farci alzare la voce per far udire anche quella di chi non ce l’ha. Certo i poveri sono scomodi, non sempre profumano, non sempre sono simpatici o riconoscenti, spesso danno fastidio quando arrivano a chiederti “solo” una casa alle 18 del venerdì con poche valigie, troppi bambini e tanti sogni infranti.
O quando alla sera alle 20 finalmente chiudi l’ufficio, stanca e diretta alla tua tiepida casa con tavola già apparecchiata, e il cuore si “strizza” davanti a Mohamed, Esmael, Ali e tanti altri che si apprestano anche quella notte a rassettare il loro letto di cartoni e coperte che tanto somiglia a una piccola Arca di Noè.

“Ciao ragazzi, ci vediamo domani, buonanotte (!?!)” e “crac!” il cuore si è incrinato anche stavolta.
Eh… ma i poveri sono fastidiosi, sì, quando ti invitano alle feste dei loro bimbetti, in una stanza di un Centro di Accoglienza che è l’unica “casa” che hanno, 15 metri quadrati in 4 persone, e tra palloncini colorati e torte pannose, una piccola e rumorosa “treenne” che non sa una parola di italiano riesce a dire “gassie Anna” e si sente per una volta una vera principessa… e il mio cuore ancora una volta fa “crac!”.
A volte penso che siamo così ricchi di storie di povertà che potremmo “evangelizzare” il mondo tre volte.
Ma quante di queste storie finiscono bene? Quante scaldano il cuore anziché fargli fare il solito insidioso “crac”? A volte penso che di “happy ending” in questi anni ne ho visti pochi, forse, però, perché sbaglio la prospettiva. La gioia c’è, e passa tra le fessure, come un raggio di luce tra le rovine di una vita accidentata, ribaltata, sconquassata. Bisogna solo allenare lo sguardo e non lasciarsi accecare dal buio.
E allora un pranzo insieme, anche se sei a dieta e il cibo è troppo e non lo puoi rifiutare; un sorriso sincero perché finalmente hai di nuovo un telefono e puoi chiamare i tuoi genitori e dire che in fondo sei ancora vivo, almeno per ora: quanta gioia intorno a te e non la vedevi! Eppure bastava solo cercarla con gli occhi del cuore e soprattutto condividerla. E non smettere mai di camminare insieme, anche se la meta è lontana o irraggiungibile: la gioia la troveremo lungo il cammino.
Anna Merlo , operatrice della Caritas diocesana presso il servizio “Porta Aperta”
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