28 ottobre 2026 – La Diocesi di Como, attraverso la Caritas diocesana, ha avviato una raccolta fondi per sostenere la comunità di Gaza, attraverso il Patriarcato Latino, e gli interventi della rete Caritas in Cisgiordania e Libano. Pubblichiamo qui la nostra intervista a padre Gabriel Romanelli, parroco della parrocchia latina di Gaza City, uscita sul numero di settembre della rivista cartacea “Storie di Caritas” della Caritas diocesana di Como. 

Una voce e un volto che abbiamo imparato a conoscere in questi anni di guerra. Padre Gabriel Romanelli è il parroco della parrocchia latina di Gaza City, l’unica della Striscia, e un testimone prezioso per comprendere quello che la popolazione di Gaza ha vissuto e continua a vivere. In questi ultimi 18 mesi come Caritas diocesana di Como, grazie anche alla collaborazione del comasco Angelo Rusconi, operatore umanitario nella Striscia, abbiamo stretto con lui una collaborazione e un rapporto di amicizia che ci ha portato a sostenere alcuni progetti umanitari nella parrocchia che continueremo a sostenere anche in questo nuovo anno pastorale. Crediamo però che oltre all’aiuto materiale sia fondamentale conoscere e stringere legami con chi vive in contesti di guerra. Per questo abbiamo chiesto a padre Gabriel di raccontarsi e lui ha accettato con grande generosità di farlo.

Prima di entrare nel dettaglio della situazione di Gaza oggi, le chiedo come è arrivato lei, sacerdote argentino dell’Istituto del Verbo Incarnato, a Gaza, e qual è stato il suo primo impatto con la vita nella Striscia.

«La nostra presenza incomincia 21 anni fa, quando l’allora patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Michel Sabbah, mi chiese di venire a confessare le suore di Madre Teresa una volta al mese e di dare una mano al parroco, anziano, che da 15 anni si trovava a Gaza City senza poter uscire. Ho cominciato così soggiorni mensili di 4-5 giorni, pur avendo già un incarico pastorale in Cisgiordania. È stato così per tre anni e mezzo, fino a quando il nuovo patriarca, monsignor Fouad Twal, ha chiesto al nostro Istituto di prendere la cura pastorale della parrocchia. Nel 2019, quando ero provinciale del nostro istituto per Medio Oriente e Africa, sapevo che dovevamo sostituire un sacerdote molto in gamba che aveva chiesto di tornare in America Latina. A quel punto mi sono offerto e il Signore ha accettato l’offerta. Ho smesso di essere provinciale e sono venuto a vivere qua dal 2019».

Padre Romanelli con il cardinale Pizzaballa in visita a Gaza

La situazione nel 2019 era già molto difficile. Cosa l’ha spinta a dire il suo sì?

«Sapevo che era difficile rendere testimonianza della nostra fede e carità in un contesto molto duro. Quando incominciai la mia missione, nel 2005, i cristiani erano circa 3.500. Nel 2019, dopo tre-quattro guerre, i numeri erano scesi a circa 1.200. È vero che un numero così esiguo fa sì che la missione, per tutta la Palestina, sia molto particolare e importante, perché i cristiani qua sono cristiani palestinesi. Il nostro fondatore diceva: ‘A noi ci unisce un legame di carità, ma pure di giustizia, con i primi cristiani della Terra Santa’. Non cerchiamo soltanto di fare del bene e testimoniare la nostra fede, ma anche un atto di giustizia, perché noi siamo cristiani grazie a loro».

Com’era la situazione allora?

«La situazione era già molto dura prima di quel terribile 7 ottobre. Tanti avevano chiamato Gaza “la prigione a cielo aperto più grande del mondo”. Purtroppo quella prigione è diventata una gabbia, e a volte una gabbia mortale. Io non entro in questioni politiche o militari, sono un religioso. Ma le persone, anche i membri della comunità cristiana, quando arrivavano a 16 anni di età non potevano più uscire fino ai 35. Per 20 anni erano costretti, salvo eccezioni, a non uscire: c’erano abitualmente una o due occasioni all’anno per andare a Betlemme per Natale e a Gerusalemme per Pasqua, e spesso il permesso veniva concesso solo a un membro della famiglia. Così capitava che il permesso fosse dato alla moglie, ma non al marito. Ad un figlio e non all’altro. E nessuno ci ha mai detto il perché. Da cristiani, a questa difficoltà se ne aggiungeva un’altra: essendo già molto pochi, il tema del matrimonio resta un problema grave per il pericolo dell’endogamia. Avevamo chiesto permessi affinché i giovani potessero sposarsi con membri della comunità cristiana di Giordania o Gerusalemme Est, ma non è mai stato concesso. Per anni ho chiesto permessi per portare i ragazzi dello scout nei luoghi santi: per i primi tre anni e mezzo da parroco non ci sono riuscito. Loro, palestinesi, discendenti dei primi discepoli di Gesù, non riuscivano ad andare a Betlemme, a Gerusalemme, a Nazareth».

Padre Romanelli con i bambini della sua parrocchia nella chiesa di Gaza City

Lei era fuori quando è scoppiata la guerra: se lo aspettava?

«Mi trovavo a Roma per il cardinalato di Pizzaballa. Rientrando ho dovuto aspettare dei medicinali per una nostra sorella malata di cancro; il venerdì non c’era il medicinale, il sabato era chiusa la frontiera per lo Shabbat. Sabato è arrivata la catastrofe, e non mi hanno più permesso di rientrare. Solo 6-7 mesi dopo, grazie a una visita del patriarca, ho ottenuto il permesso, e da allora sono qua. L’impatto è stato molto forte, anche se la guerra non era una novità per noi: avevamo già vissuto guerre nel 2012, 2014, 2021, 2022, e cinque giorni nel maggio 2023. Ma mai una cosa come il 7 ottobre. E mai una risposta come quella di questi ormai più di 1.000 giorni, in cui hanno perso la vita almeno 73.000 persone, tra cui 20.000 bambini.
Noi stessi abbiamo pagato un tributo altissimo: all’inizio della guerra eravamo 1.017 cristiani, 135 cattolici e il resto ortodossi. Molti sono fuggiti in Egitto, soprattutto chi aveva un altro passaporto; le frontiere ora sono riaperte solo a goccioline. Durante la guerra sono morti 60 cristiani: 23 uccisi direttamente da bombardamenti o cecchini — il 17 luglio 2025 un attacco ha colpito anche la chiesa greco-ortodossa — e 23 per mancanza di cure, 14 dei quali anziani. Sessanta morti vogliono dire il 6% della comunità cristiana: non c’è una sola casa dove non si pianga un morto, senza contare i feriti, molti di più. Non avrei mai immaginato una realtà simile. Fin dal primo giorno hanno cominciato ad arrivare centinaia di rifugiati, vissuti qua per la maggior parte della guerra: la maggior parte della comunità cristiana si è rifugiata da noi».

Quanti eravate nel compound della parrocchia?

«Siamo arrivati ad avere più di 700 persone; in maniera più costante circa 450. Tra chi è rimasto molti erano anziani, alcuni anche allettati, senza possibilità di muoversi. Altri disabili…».

Come si vive questa situazione da sacerdote, e dove si trova la speranza?

«La prima cosa è rispondere a una realtà: le persone bussano alla porta, devi accoglierle e dare loro ciò di cui hanno bisogno, più che parole, fatti. Bisogna distinguere la Speranza, con la maiuscola, quella soprannaturale che dobbiamo sempre avere – sperare in Dio, nella vita eterna – dall’altra speranza, quella umana, importante ma diversa, che ci fa aspettare l’aiuto o il raggiungimento di un bene con le proprie forze o con l’aiuto degli altri. La prima non viene mai meno: qua in Medio Oriente non ho mai conosciuto qualcuno che si dica veramente ateo, perché la Terra Santa è dove il Signore si è incarnato, e le persone sanno che la guerra non la fa Dio, la fanno gli uomini. La speranza umana, invece, tante volte viene meno. In questo momento tantissima gente è depressa perché non vede segni: manca l’elettricità, manca l’acqua buona, mancano i medicinali, nessuno parla di ricostruzione delle case. E le persone non possono fare nulla da sole, mentre nessuno sembra volerle aiutare. Questo causa disperazione».

Come risponde la comunità cristiana?

«Cerchiamo di fare passi concreti che diano speranza umana. L’aiuto delle cliniche è una risposta concreta, così come l’elettricità che riusciamo a produrre — grazie anche alla generosità della Diocesi di Como — perché il diesel costa oggi 10 euro al litro, e ne serve per il compound, per i rifugiati, per i bambini e le persone accolte dalle suore di Madre Teresa, per la scuola, l’oratorio, le cliniche. Da un paio di mesi pompiamo l’acqua da sotto la chiesa, la purifichiamo e la distribuiamo a 400 famiglie dei dintorni, circa 2.200 persone. Tra loro moltissimi sono musulmani. Ma il bisogno è così enorme che il trauma resta aperto: nonostante il cessate il fuoco, in questi mesi sono state uccise più di 1.000 persone, e la distruzione continua invece della ricostruzione».

Avete lavorato per tenere aperte le scuole anche nei giorni più difficili…

«Siamo riusciti a mantenerle aperte durante la guerra e adesso ad allargarle, anche se facciamo fatica a trovare i banchi. Quest’anno abbiamo finito con 462 alunni, e pensiamo di arrivare a 1.000 per l’anno accademico 2026-2027. Poi ci sono gli atti di carità concreti — questa è la speranza — e il fatto di stare con tutti, piangere, ridere, ascoltare, perché tutte le persone sono in ansia. Il trauma lo vediamo non solo nei bambini, ma anche nei professori: anche loro hanno perso un figlio o la casa, e vivono, nel migliore dei casi, in una struttura con dei teli al posto delle finestre, perché non c’è vetro e legno».

Sullo sfondo c’è una progressiva erosione del territorio della Striscia?

«Siamo praticamente seduti sulla linea gialla, che delimita la parte dove possono vivere i civili da quella sotto controllo dell’esercito israeliano: circa il 53% della Striscia, che comprende la stragrande maggioranza dei terreni agricoli, è oggi sotto controllo militare e interdetto. La popolazione vive quasi interamente in tende o case distrutte, con temperature di 30 gradi e problemi di sabbia e polvere quando è secco e fango e inondazioni quando piove».

La Diocesi di Como, attraverso la Caritas diocesana, vi ha sostenuto nell’ultimo anno e vuole continuare a farlo. Di cosa avete più bisogno?

«I bisogni sono moltissimi. In questi mesi ci avete sostenuto per l’acquisto di diesel, per noi una questione vitale: ci permette di far funzionare il generatore che potabilizza l’acqua, i macchinari della clinica, l’ossigeno per gli anziani, la luce per la scuola. Vi chiediamo, se potete, di continuare ad aiutarci, e vi ringraziamo di cuore per quanto avete fatto, pregando per voi e per le vostre comunità».

Qual è la sua paura più grande, e quella della vostra comunità?

«Certamente la paura per una guerra che non è finita, ma forse ancora di più il timore di essere abbandonati. Penso alle chiamate quotidiane di Papa Francesco, alla vicinanza del Patriarca, alla vostra e di tante altre realtà ecclesiali e non. Nella notte fonda che stiamo vivendo, appaiono per noi come delle piccole luci».

Michele Luppi

La chiesa parrocchiale di Gaza City

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