
8 gennaio 2026 – Vincenzo, volontario Caritas nel “gruppo accoglienza” del Vicariato di Grosio e Tirano, racconta l’accoglienza di mamma e figlio ucraini giunti in Italia nel mese di febbraio 2022 dal loro Paese in guerra.
Nel numero di dicembre 2025 della rivista cartacea “Storie di Caritas” della Caritas diocesana di Como è possibile leggere la testimonianza integrale di Vincenzo.
Mi chiamo Vincenzo e vivo a Mazzo, il paese dove sono nato e cresciuto. Da quando sono in pensione le mie giornate scorrono tra piccoli lavori in casa e qualche impegno per la comunità. Non mi piace stare fermo: cerco sempre di rendermi utile dove serve, anche senza troppi programmi. Arrivo a sera stanco, più di quando lavoravo, ma è una stanchezza buona, quella che ti fa sentire contento.
Ho sempre creduto nell’importanza di dedicare un po’ del proprio tempo agli altri. In passato sono stato consigliere comunale e poi assessore, e da diversi anni collaboro anche con la Caritas. Mi sono avvicinato quando c’era ancora don Gianluca Dei Cas: partecipavo agli incontri, davo una mano nei lavori per la casa parrocchiale di Lovero e nelle raccolte di viveri. Col tempo sono rimasto nel gruppo, seguendo le necessità della comunità.
Un giorno mi è stato chiesto se avessi una casa da affittare a una famiglia ucraina. Mia mamma era appena mancata e l’appartamento dove aveva vissuto era rimasto vuoto. All’inizio c’erano dei dubbi, anche per il valore affettivo di quella casa, ma poi ho pensato che tenerla chiusa sarebbe stato ancora più triste. Così, nel mese di novembre 2023 abbiamo deciso di offrirla ad Angelica e a suo figlio Nazar. Lei mi era stata presentata come una persona seria e affidabile, e ci siamo fidati.

Nella foto, Vincenzo con la moglie Elisa
Con il tempo non mi sono limitato ad affittare: ho cercato di dare una mano. Angelica aveva preso un’auto ma non si sentiva sicura a guidare, così le ho fatto un po’ di scuola pratica, accompagnandola al lavoro e tornando a piedi. L’ho aiutata anche con le scadenze, i documenti, le pratiche del comune: cose semplici, ma che per chi arriva da un altro Paese possono diventare complicate. Con Nazar, invece, ho cercato di costruire un legame. Gli ho dato qualche lavoretto per responsabilizzarlo, come tagliare l’erba o curare l’orto. Ogni tanto passo a salutarlo quando la madre lavora, per fargli sapere che noi ci siamo.
Non è sempre stato tutto facile. Ci sono state piccole difficoltà, differenze nelle abitudini, qualche incomprensione. Ma sono cose normali, che si superano con il dialogo e la pazienza. Oggi sono contento della scelta che abbiamo fatto: dare una casa è una cosa, accompagnare una famiglia è un’altra. Vedere quell’appartamento — la casa dove sono nato e cresciuto — tornare a vivere è stato come restituirgli un’anima.
Io non mi sento di aver fatto niente di speciale, solo quello che mi sembrava giusto fare.
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