
6 maggio 2026 – Abbiamo chiesto a Beppe Menafra, vicedirettore della Caritas diocesana e coordinatore del servizio Porta Aperta, di fare un bilancio del sistema di accoglienza del Piano Freddo invernale di quest’anno con un’attenzione particolare al Progetto Betlemme promosso in tredici parrocchie della Diocesi di Como.
Ricordiamo che il Progetto Betlemme è l’accoglienza notturna temporanea promossa dalla Caritas diocesana nelle comunità parrocchiali che, anche quest’anno per il sesto anno consecutivo, ha visto coinvolte 12 realtà nel Comasco e 1 in Valtellina. L’idea, lanciata appunto nel 2020, era ed è di affiancare alle attività delle strutture già esistenti – e soprattutto in occasione del Piano Freddo a Como – un’accoglienza “diffusa” sul territorio.
Beppe, cominciamo dai numeri. Quante persone avete accolto quest’anno con il Progetto Betlemme?
Complessivamente 34 ospiti, di cui quattro donne, suddivisi tra Como (27) e Sondrio (7). Sul fronte dei volontari siamo più o meno in linea con gli anni scorsi, intorno alle 400 persone coinvolte.
Rispetto alle stagioni precedenti, cosa funziona e cosa resta difficile?
La criticità principale è far capire agli ospiti la natura di questa esperienza. Gli ospiti stranieri in particolare faticano a cogliere l’opportunità che rappresenta un’accoglienza diffusa nelle comunità. Sul versante positivo, negli anni abbiamo visto le comunità accompagnare sempre più gli ospiti, offrendo loro altre prospettive, ma solo quando gli ospiti si mostrano recettivi. Quest’anno non ci sono state grandi novità circa i numeri e potrebbe sembrare che il progetto abbia concluso la sua fase “espansiva”: credo sia un segno di saturazione fisiologica. Il numero di persone idonee a questo tipo di percorso è limitato, e i posti disponibili rispondono già abbastanza bene al bisogno reale.

Avete registrato un aumento significativo di ospiti donne. È una tendenza nuova?
Sì, ed è una delle criticità più serie degli ultimi anni. Le donne che vivono in strada sono persone spesso molto complesse dal punto di vista relazionale e dei bisogni che portano. Il problema è che esistono pochissime strutture in grado di accoglierle: le case per donne hanno solitamente soglie di accesso più alte, incompatibili con il livello di fragilità di queste persone. Resta di fatto il dormitorio come unica alternativa concreta. Il risultato è che alcune donne rimangono in accoglienza più a lungo, saturando i posti disponibili e rendendo più difficile dare risposta ad altre. Tra le note positive anche l’aumento consistente dei volontari nella parrocchia di Lora…
Lì hanno fatto una scelta diversa rispetto ad altre parrocchie: invece di comunicare solo all’interno della comunità ecclesiale, hanno fatto una pubblicità a tappeto su tutto il quartiere. Questo ha permesso di raggiungere persone che normalmente non gravitano attorno alla parrocchia, e il risultato si è visto.
Cosa cambiereste per il prossimo anno?
Vorremmo costruire una fotografia più precisa degli ospiti. Noi li conosciamo, ma i nostri contatti sono saltuari e legati a bisogni specifici. Le comunità che li ospitano quotidianamente per mesi sviluppano invece una conoscenza molto più completa della persona: le sue risorse, le sue capacità relazionali, quello che sa fare. L’idea è creare una scheda che le comunità possano compilare e restituirci, così da avere un quadro più utile per il futuro. Non si tratta di schedare le persone, ma di meglio conoscerle per meglio accompagnarle. Vogliamo anche capire di più la ricaduta sulla comunità nel suo insieme: non solo i volontari direttamente coinvolti, ma se e come l’intera parrocchia viene toccata dalla presenza di queste persone. E spingere perché gli ospiti vengano inseriti nelle attività comunitarie. Alcuni già lo fanno, ma vorremmo incentivarlo di più, portando le esperienze positive già fatte in alcune realtà come esempi concreti.

Nelle foto in alto: il locale del Progetto Betlemme della comunità di Torno; Beppe Menafra e la foto di gruppo dei volontari dell’esperienza 2024-2025
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